Da oltre vent’anni Liu Bolinl’artista cinese celebre in tutto il mondo come L’uomo invisibileutilizza il proprio corpo come una tela vivente, mimetizzandosi con precisione maniacale all’interno di paesaggi, monumenti e scenari urbani. Non si tratta di un semplice trucco ottico, ma di un gesto artistico che interroga il nostro modo di guardare il mondo, il rapporto tra individuo e società, tra presenza e assenza, tra memoria e identità.
In occasione di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, Liu Bolin firma Oltre il visibileun progetto, promosso da Geely Auto e con il sostegno di Galleria Gaburro, che lo porta, tra l’11 e il 13 giugno, a confrontarsi con alcuni dei luoghi più iconici e suggestivi della regione: dalla Basilica di Santa Maria di Collemaggio alla fortezza di Rocca Calascio, fino al Parco Nazionale d’Abruzzo. Scenari profondamente diversi ma accomunati da una stessa forza narrativa, quella di un territorio che custodisce storie, stratificazioni e paesaggi capaci di dialogare con l’arte contemporanea senza perdere autenticità.
Liu Bolin, ancora una volta, non si limita a utilizzare lo sfondo come elemento scenografico. Al contrario, ne diventa parte integrante, fino a dissolversi al suo interno. Il processo è tanto affascinante quanto meticoloso. Ore di body painting trasformano il corpo dell’artista in una prosecuzione delle superfici che lo circondano. Pietre, foglie, colori, ombre e dettagli architettonici vengono riprodotti sulla pelle fino a generare l’illusione perfetta: Liu Bolin c’è, ma non si vede. O meglio, è nascosto in piena vista. Assistere dal vivo a una sua performance significa osservare la costruzione di un paradosso. Più l’artista lavora per cancellare la propria immagine, più attira l’attenzione sul luogo che lo ospita. È proprio attraverso la sua scomparsa che emerge la potenza del paesaggio, la ricchezza di un monumento, la trama invisibile della memoria che ogni territorio custodisce. In questo senso Oltre il visibile diventa anche un racconto dell’Abruzzo contemporaneo perché il vero senso della ricerca di Liu Bolin non è sparire. È insegnarci a vedere.

