«Non credo che si smetta mai di avere bisogno di essere amati». Lo dice Dacia Maraini, e da chiunque altro sembrerebbe una confidenza. Da lei, che a novembre compirà 90 anni e che potrebbe trasformare ogni risposta in un bilancio, un lascito, una battaglia, è qualcosa di più. Parla d’amore, ma potrebbe parlare di tutto il resto: della bambina internata in un campo di prigionia giapponese per l’antifascismo dei genitori, che imparò a non perdere la fiducia tra la fame e le bombe; della ragazza arrivata a Roma; della donna del femminismo, che ha fatto del corpo e della libertà femminile il centro della sua opera; della scrittrice che continua a pubblicare tra romanzi, teatro, poesia e saggi. Non ama gerarchie tra quelle vite – «le ho vissute tutte io, e stanno tutte dentro di me» – né sa dire quale le sia più lontana. Perché in lei tutto si tiene: il sentimento e la fiducia, il rispetto e la libertà di non possedere e di non essere posseduti. Anche gli affetti li ha attraversati in ogni forma – «ho amato uomini, luoghi, libri, idee generose» – senza mai considerarli una trappola: «Le trappole», spiega, «scattano quando l’amore si trasforma in servitù, in mania di possedere, in gelosia». È a Taormina, ospite e premiata di Taobuk, festival che quest’anno ha scelto come parola guida fiducia. E lei, di quella parola, ha fatto il motore di un secolo intero: «Se non si ha fiducia nella vita, e quindi nel futuro, non si combina niente».
Oggi lei in cosa continua ad avere fiducia?
«Nel buon senso degli esseri umani. Purtroppo devo osservare, soprattutto in questo momento, che il buon senso e la saggezza sono completamente assenti. Non sto parlando di politica, ma di semplice buon senso, quel sentimento di ragionevole attenzione verso l’armonia e la pacifica convivenza che in questi giorni viene messo in discussione».
In un tempo in cui tutto sembra veloce, semplificato, aggressivo, che cosa può ancora fare la letteratura?
«Stiamo nel tempo dei social, che pretendono velocità e consumo. Ma comunicare con i social è come comunicare con dei telegrammi: vanno benissimo per annunciare una notizia, ma se vogliamo mettere in moto il cervello e riflettere sulle idee, i telegrammi non bastano. Ci vuole raccoglieremento, attenzione, tempo per approfondire e capire. Ci vogliono i libri: libri di storia, di fisica, di filosofia, romanzi, poesie, tutto quello che fa ballare le idee».
C’è stata un’epoca in cui gli scrittori sentivano quasi il dovere di prendere posizione. Oggi un intellettuale deve ancora esporsi politicamente?
«Doveri non ce ne sono. Nessuno è costretto a prendere posizione, ma se lo fa sarà più in sintonia con il suo tempo. Voglio però ricordare che tutti i grandi scrittori italiani sono stati impegnati, cominciando da Dante, Boccaccio, Leopardi, Verga. Anche se sui libri di scuola vengono proposti con le loro opere più innocue, tutti hanno scritto giudizi anche severi sul loro tempo, sul potere, sul modo di condurre un governo, uno Stato».
Molti giovani oggi sembrano oscillare tra rabbia, ansia e disincanto. Che cosa vorrebbe dire loro, senza consolarli troppo?
«È chiaro che la famiglia è in crisi, ei più fragili, quelli che non capiscono la transizione, possono farsi prendere dall’ansia, dallo sconforto, dal panico. Sono in crisi anche i rapporti tra padri e figli, tra insegnanti e allievi, tra ricchi e poveri. I cambiamenti ci sono, ma vanno affrontati, non negati».
