Ed è vero, Giotto ti invita quasi sempre a sederti a tavola, per un caffè o per un pranzo, perché crede nella tavola come «il mezzo più forte di condivisione che abbiamo». Lo vede a ogni workshop, quando le persone coinvolte superano il proprio imbarazzo, lo vede nei pranzi con persone che non conosce, quelle che preferisce, perché gli piace «condividere quello che non si sa».
In un mondo fatto di interazioni social dove si sta perdendo il contatto reale con la gente, Giotto rivendica la potenza delle relazioni non in linea: «Sono tornato adesso da Berlino pensando che stiamo perdendo la connessione umana. Io esco perché voglio conoscere persone, ti chiedo vieni stai perché mi interessa, vado in un locale, al ristorante, perché voglio fare cose che implicano la socialità. Sennò finisco a pensare come mia nonna che vuole morire perché sente che questo mondo non le appartiene più, perché per ogni cosa serve un cellulare che non avrà mai!».
Ma se tutto sta diventando pericolosamente digitale, lo spazio della tavola, secondo lui, non morirà mai, «Magari saremo una fetta piccolissima della società, ma questa cosa mi salva». Certo Giotto riconosce che all’inizio della sua carriera, all’inizio dell’onda digitalei Social hanno avuto un ruolo fondamentale di «scorciatoia per il successo», nell’aiutarlo a definire la sua identità professionale, ma oggi, come molti ormai, li considera un utile strumento di lavoro: «Ad oggi non ho più voglia di condividere come un tempo. Ora la vita privata la tengo privata».
Libero da etichette perché non sopporta di doversi definire – «Ho sempre fatto fatica a raccontarmi perché faccio troppe cose» – Giotto ha accettato con il tempo il fatto di essere tante cose, consapevole che la sua mano lo rende riconoscibile in tutto quello che fa. Stufo di stare «in fila dietro a un’altra pecora perché devo saltare lo stesso ostacolare» ha scelto la libertà di un fare istintivo che lo porta ad aprire sempre nuove porte, a conoscere persone, a fare esperienze diverse, insomma a «perdersi» dando vita a progetti speciali che paragonano a «bambini».
E a chi gli chiede come riesce a fare quello che fa, risponde come faceva suo padre (un geniale maestro silenzioso che rimpiange di non avere più accanto) «stai di fianco a me e guarda», perché non sa mai davvero nemmeno lui dove arrivò.
