Questo articolo è pubblicato sul numero 13 di Vanity Fair in edicola fino al 24 marzo 2026. Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccare qui.
Nelle composizioni musicali, la pausa non è assenza di suono ma un respiro che crea sospensione e drammaticità. In questo modo, l’ascoltatore può elaborare più emozioni, mentre la ripresa della musica diventerà più potente e significativa. Sabato De Sarno sta vivendo un anno di pausa: il 6 febbraio del 2025, infatti, ha lasciato la direzione creativa di Gucci. Questo tempo gli è servito non solo per sospendere, ma per capire, per guardare e per fare nuovi progetti. Uno di questi, previsto per il prossimo Salone del Mobile di Milano, è frutto di una collaborazione con Fiera della Vanità. Incontriamo il creativo per parlare di questa novità, di che cosa significa mettersi in pausa, della crisi che sta vivendo il settore della moda e di come l’artigianato italiano possa rappresentare un’occasione per uscirne.
Iniziamo dal suo anno di pausa. Com’è stato lasciare la direzione creativa di Gucci e come sono passati questi mesi?
«Dopo 23 anni di lavoro senza interruzioni, ho avuto per la prima volta la possibilità di riappropriarmi del tempo. Non si è trattato, però, di sottrarsi al lavoro, perché ho fatto molti altri progetti. Ho, invece, potuto mettere in discussione il ritmo, la rapidità e persino i risultati con cui è stato misurato il mio lavoro di prima. Ho quindi spostato lo sguardo e ho invertito la direzione: questo mi ha permesso di avere un punto di vista privilegiato e più lucido sul sistema moda. Dopo anni spesi a giustificare il mio lavoro di creativo e di stilista sotto ogni punto di vista, mi sono arreso a una constatazione: la moda sta peccando di superficialità».
Un’accusa forte per un settore in cui ha lavorato per tanti anni. Mi spiega in dettaglio che cosa intendi?
«Tutto è iniziato quando il sistema moda, o molto di esso, ha scambiato i valori per tendenze. Domande fondamentali come l’inclusione, la rivoluzione dei canoni estetici e della positività corporeala sostenibilità, solo per citarne alcune, sono state usate come trend invece di diventare pilastri del cambiamento del settore. Di più: oggi mi sembra si sta addirittura tornando indietro, basta guardare le ultime sfilate. Devo ovviamente fare anche un mia colpaperché anche io non ho fatto show con modelle più dimensioni. Ma le spiego perché: non volevo mettere l’ennesimo abito di maglia su una modella, è troppo facile, troppo banale. Bisogna invece partire dalla costruzione di un abito su un corpo diverso dagli standard, non utilizzare un tessuto che si adatti a esso. Va riformulato tutto da capo. Perché altrimenti, di nuovo, si confonde il cambiamento con la superficialità della tendenza».
A proposito di tendenze: come vede l’onnipresenza di Instagram e delle sue dinamiche di like, commenti, gossip, hater nelle decisioni di stilisti e amministratori delegati?
«Guardi, stare dall’altra parte, in questi mesi di “pausa”, mi ha insegnato molto. Tutti, nella moda, leggono i commenti e contano i mi piace. Tutti. Gli stilisti, gli amministratori delegati. Tutti. E a tutti fa maschio. Per me, all’inizio, non è stato solo difficile. Ho notato anche del vero bullismo. La cosa che mi ha colpito e che mi continua a far riflettere è la superficialità con cui molte persone commentano senza averne le competenze o per la volontà di essere il più spietate possibile col fine di avere più visibilità. E poi c’è un’altra domanda: Instagram, TikTok, i social in generale non possono essere l’unico metro di giudizio di una collezione. Contare mi piace non può diventare la conditio sine qua non. E un amministratore delegato non deve essere un follower: deve, a mio parere, essere una guida e inaugurare nuove strade. Gli amministratori delegati che ho stimato in passato sono proprio quelli che sono stati capaci di uscire dal coro e di intraprendere altre direzioni. Quando parli con loro, non solo ti viene voglia di seguirli. Faresti di tutto per lavorare insieme, perché ne condividere l’energia, il progetto, la visione».
