«Durante gli anni trascorsi in esilio, lontana da casa e dagli affetti, diventare artista è stato ciò che mi ha salvata», racconta l’artista iraniana Shirin Neshat e nelle sue parole c’è già tutta la tensione emotiva che attraversa Hai il coraggio!la nuova, potentissima trilogia cinematografica presentata in anteprima il 9 maggio a Palazzo Marino UN Veneziain contemporanea con l’inaugurazione della Biennale Arte di Venezia 2026grazie a Associazione Genesifondata da Letizia Moratties Banca Ifisin un progetto curatoriale firmato da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi.
Un ritorno attesissimo che porta in laguna una delle riflessioni più urgenti e disturbanti del nostro tempo: il bisogno ossessivo di essere visti. Al centro della trilogia c’è la storia di Nasim Aghdamgiovane donna di origini iraniane che il 3 aprile 2018 fece irruzione nella sede di YouTube a San Bruno, in California, ferendo tre persone prima di togliersi la vita. Un fatto di cronaca feroce che è un cortocircuito culturale che affonda le radici nell’esperienza migratoria – nata in Irandi fede bahá’í, Nasim è costretta a fuggire da bambina negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni – e si sviluppa nella solitudine di un sobborgo californiano dove l’identità si sfalda tra integrazione mancata e nostalgia impossibile, fino a trovare rifugio in un universo parallelo, quello digitale, grazie al quale la giovane donna si reinventa performer, artista, attivista, accumulando milioni di visualizzazioni con video provocatori, disturbanti, spesso grotteschi, in cui canta, danza e soprattutto sovverte lo sguardo dominante sul corpo femminile trasformandosi da oggetto a soggetto, da immagine controllata a forza perturbante. Una vita parallela finché la piattaforma che le aveva dato voce decide improvvisamente di silenziarla, chiudendo il suo account e innescando una frattura irreversibile, percepita come una nuova forma di censura non troppo diversa da quella vissuta nell’infanzia.
È da questa crepa che prende forma l’opera di Shirin Neshatche con Nasim condivide non solo le origini ma anche la condizione di artista in esilio. «Riconosco che la mia ossessione per Nasim», sottolinea Neshat, «deriva anche dal fatto che, in modo singolare, mi identifico con la sua condizione di artista iraniana emigrata in esilio. Come lei, arrivando negli Stati Uniti a 17 anni, stabilendomi nel Sud della California. La mia visione dell’America era utopica: una terra di sogni, libertà, opportunità e democrazia. Ma poco dopo il mio arrivo mi sentii isolata nella cultura americana e sprofondai nello sconforto. L’America si rivelò l’opposto delle mie aspettative».
La tragica storia di Nasim e il suo gesto così estremo ed apparentemente incomprensibile, ritorna nelle immagini di Shirin Neshat, trasformandosi da fatto di cronaca a vertigine culturale. In Hai il coraggio! questa tensione si traduce in una narrazione stratificata girata tra i diversi luoghi di New Yorkdove realtà e allucinazione si intrecciano in un racconto che è insieme politico e intimo, collettivo e profondamente personale, articolato in tre piani-sequenza che scandagliano il paradosso dell’identità femminile tra visibilità e invisibilità: nella Brooklyn degli immigrati, Nasim attraversa una comunità segnata da marginalità e silenziosa disperazione, osservando vite sospese tra burocrazia e alienazione mentre il sogno americano rivela la sua natura fragile ed escludente; a Wall Street, invece, il ritmo accelera e la scena si popola di corpi svuotati e meccanici, che incarnano l’ossessione contemporanea per la fama, il successo ed il riconoscimento; ed infine, nell’intimità del suo spazio domestico, lontano dagli sguardi, Nasim si libera, canta, danza, si moltiplica in una serie di personaggi, smascherando le contraddizioni di una superpotenza che si racconta libera e democratica mentre perpetua disuguaglianze, razzismi e sistemi di controllo. È il punto nodale della trilogia in cui emerge quella «dualità affascinante» che, come sottolinea l’artista, definisce l’identità di Nasim: solitaria e invisibile nella vita reale, ma vibrante, sicura, potente davanti alla telecamera. L’impianto visivo di Neshat amplifica questa tensione passando dal bianco e nero del realismo sociale a sequenze visionarie e surreali che riflettono la fragilità mentale del protagonista, la sua instabilità emotiva e l’incapacità di distinguere tra immaginazione e realtà, restituendo una condizione che risona profondamente nell’esperienza di molti migranti sospesi tra adattamento e perdita di sé.
