«Non basta essere credenti, bisogna essere credibili». Michele Placido ripete una frase di Rosario Livatino e la porta subito fuori dalla fiction. «Io mi chiedo: quanti politici oggi sono credibili e stanno in Parlamento?». AlTaorminaFilmFestival, l’attore e regista non parla soltanto della sua nuova serie Rai dedicata al magistrato siciliano ucciso dalla mafia. Parla dell’Italia di oggi, della paura dei giovani, della politica che non convince più, di un cinema civile che sembra avere perso i suoi padri.
Placido, 80 anni compiuti da poco, una vita tra teatro, cinema, televisione, personaggi entrati nell’immaginario collettivo e un rapporto antico con il racconto del Paese, a Taormina parte dal suo prossimo lavoro: Livatino, il giudice ei suoi assassinila miniserie per Rai 1 dedicata al magistrato sicilianoo. Ma ci tiene a dirlo subito: non vuole fare «la storia di un santo». Vuole raccontare un uomo, un giudice, e soprattutto un metodo. «Non voglio fare la storia di un santo», spiega, «Ho avuto degli atti che non erano nella prima versione, atti che mostrano come Livatino usasse una metodologia per combattere la mafia che era in linea con quella di Falcone e Borsellino: il sequestro dei beni e dei conti bancari. Quando tocchi quei patrimoni, quando vai lì, diventi un mostro per la mafia. Prima o poi te la pagano».
Il rapporto con la fede, però, resta centrale. Per Placido, Livatino aveva nel Vangelo il suo punto di riferimento, ma la sua religiosità non era mai astratta. Si traduceva nel modo in cui guardava anche chi aveva commesso il male. «Il Vangelo era il suo punto di riferimento, essendo lui molto credente. Ed è questo l’aspetto straordinario: il modo in cui approcciava anche gli assassini più crudeli, come parlava con loro, come quasi volevano convertirli. È qualcosa che poi ritroviamo anche nelle parole di Papa Giovanni Paolo II, quando disse “inginocchiatevi”. È molto emozionante».
Il progetto nasce anche da un incontro con Papa Francesco, che Placido racconta ancora con sorpresa. Doveva durare mezz’ora, dice, e durò un’ora e mezza. «Il cinema è sempre qualcosa di importante». Placido non separa mai del tutto il suo mestiere dalla politica. Non lo ha fatto da attore, non lo ha fatto da regista. «Io non volevo fare il regista», racconta. «Poi il mio primo film è stato sul caporalato. Oggi si parla tanto di caporalato, ma io lo raccontai perché un giorno, nel napoletano, vidi questi ragazzi, quasi tutti africani, che venivano portati a lavorare. Giravamo di nascosto, di notte. A un certo punto mi sono trovato dentro quella storia».
