Matteo B. Bianchi era un adolescente negli anni Ottanta. Con la paghetta aveva comprato il 45 giri di John Lennon (Just Like) Starting Over e lo ascoltava di continuo. Una sera decise di provare anche il lato B, Kiss Kiss Kiss, di Yoko Ono: «Dividevo la stanza con mia sorella, il che significava condividere anche ogni ascolto musicale. Mettendo la puntina sul vinile non sapevo bene cosa aspettarmi, invece circa a metà del brano ci siamo guardati sorpresi e io ho detto: “Be’, dai. Non è male”. Riconoscevo che il sound era molto contemporaneo (più di quello del lato A, va detto, che invece si ispirava chiaramente a sonorità anni Cinquanta) e la melodia pop del brano conquistava al primo ascolto. Sembravamo sull’orlo di una piacevole scoperta quando è accaduto l’imprevedibile: la parte cantata è terminata ed è seguita una serie di vocalizzi, all’inizio sospiri e parole giapponesi sussurrate, poi il tono si faceva più frenetico, le voci diventavano urla, gli ansimi concitati e ogni spazio per i dubbi veniva cancellato: stavamo ascoltando un orgasmo. Siamo scoppiati a ridere entrambi. “Ma questa è scema!”, ho decretato togliendo il vinile dal piatto».
Nella provocazione, seguita dall’imbarazzo e dal disprezzo altrui sembra condensarsi la storia di Yoko Ono, artista d’avanguardia sconosciuta ai più che, tra le tante cose che fece, s’innamorò di un re della musica: John Lennon.
Dopo quella prima reazione infastidita, Matteo B. Bianchi ha incontrato altre volte nella sua vita Yoko Ono tanto da innamorarsene e da volerle dedicare un libro, Cara Yoko. Dichiarazione d’amore per una donna circondata d’odio (Utet), pubblicato per la prima volta nel 2018 e adesso ripresentato con ampliamenti.
«Yoko Ono era così avanti da aver avuto a che fare con gli haters prima ancora che il concetto di hater fosse concepito», sintettizza l’autore.
Per questo ha sentito l’esigenza di dedicarle un libro?
«Il libro è una biografia di Yoko Ono raccontata da un fan. L’ho scritto perché ho sempre riscontrato questa fortissima dose di odio e di quasi rifiuto nei suoi confronti. A me basta dire “sono un fan di Yoko Ono” perché la gente mi dica: “Ma com’è possibile? Ma strano, ma perché?”. Questa cosa non avviene per nessun altro artista. La verità è che tutti conoscono il suo nome, ma nessuno sa veramente che cosa faccia né ha mai ascoltato i suoi dischi. Affascinato da questo strano contrasto ho pensato di scrivere la biografia. La mia idea è: se voi sapeste chi è Yoko e cosa fa, forse cambiereste un po’ idea».
E chi è Yoko Ono?
«Una donna che aveva una vita anche prima di John Lennon. Ed era una vita estremamente interessante, perché aveva attraversato diverse vicende. Era nata in una famiglia ricchissima, poi arriva la guerra e incontra la povertà più assoluta, al punto che non ha niente da mangiare. Poi, quando tutta la famiglia si trasferisce a New York, entra al Sarah Lawrence College e scopre l’avanguardia, diventa un’artista e i suoi la diseredano. È una storia affascinante e intensa, di una donna che ha avuto davanti a sé tanti ostacoli da superare. Inoltre, in tutta la sua vita, ha sempre dimostrato una coerenza estrema».
Ma è vero che molte cose che faceva non si capivano?
«Faceva arte performativa, difficile da spiegare ancora oggi perché si tratta appunto di performance: non è qualcosa che puoi comprare, non è un quadro, non è una scultura, è qualcosa che uno fa e devi essere presente per vederla mentre accade. Questo negli anni Sessanta era un discorso compreso solo da una nicchia tra gli appassionati di arte. Quando ha incontrato John Lennon e di colpo ha avuto i riflettori del mondo addosso, avrebbe potuto scegliere forme artistiche più comprensibili, vicine ai gusti del pubblico. Insomma, ammorbidire il proprio percorso e magari farsi apprezzare. Invece lei ha scelto di andare avanti per la sua strada».
Lennon di lei diceva: «È l’artista sconosciuta più famosa del mondo». Anche oggi i social network spargono odio. C’è una risposta possibile?
«Non so quanti avrebbero retto il peso di essere considerata la donna più odiata del mondo, sapendo che gli altri non capiscono quello che stai facendo, e andare avanti a farlo. Questo aspetto della sua personalità mi affascina molto. Per tanti anni i dischi di Yoko Ono sono stati completamente ignorati, la critica musicale li distruggeva, si rifiutava a volte perfino di recensirli. Nel libro racconto quando i due hanno inciso l’album Double Fantasy: la rivista Rolling Stone voleva dedicargli la copertina ma chiese alla fotografa Annie Leibovitz di ritrarre solo lui. Questo dimostra la resistenza dei giornalisti musicali nei confronti di Yoko Ono: era un album in due, ma pretendevano la foto del solo Lennon. La fotografa trovò una soluzione geniale, un’immagine che al giornale non avrebbero potuto rifiutare: i due abbracciati, lui nudo e lei vestita, sdraiati su un tappeto. Quando mostrò alla coppia la polaroid di prova, Lennon commentò: “Questa è la nostra relazione”. Quella sera stessa fu ucciso, era l’8 dicembre 1980. Annie Leibovitz in quell’immagine aveva messo in scena il loro rapporto. John Lennon non solo capiva ma adorava l’arte di Yoko, diceva “Lei è la mia maestra”. Per chi guardava, che vedeva in Lennon il proprio maestro, era difficile percepire che l’idolo avesse come maestra lei. Questo scarto di prospettiva era difficile da digerire per il pubblico».
Tra i due, era lei a guidare la coppia?
«Secondo me quello che negli anni hanno fatto insieme è arrivato soprattutto per influenza fortissima di lei. Per esempio l’impegno politico senza Yoko Ono non so se ci sarebbe stato. Gli ha fatto capire che uno con la sua visibilità poteva trasmettere messaggi importanti. Lennon prima non l’aveva mai fatto, poi si è reso conto del potere che aveva presso i media e ha cominciato a usarlo. Di recente è uscito un bellissimo film documentario che si chiama One to One che testimonia l’impegno politico della coppia. È forse la prima volta che John e Yoko vengono presentati come uguali e complici nelle loro manifestazioni. Lì c’è tutto il loro impegno politico: il femminismo e i diritti dei neri in un momento in cui erano in pochi a esporsi su tali questioni. C’erano documenti dell’FBI su di loro e John Lennon non ha ottenuto la green card per anni per questo motivo. Era un impegno politico reale, vissuto anche come minaccioso dal governo: non stiamo parlando di firmare petizioni online, ma di marciare in prima linea accanto a rivoluzionari. Yoko l’aveva portato a mettere in gioco la sua popolarità e la sua fama al fine di sensibilizzare le masse».
Anche per la loro musica a lei spetta un ruolo così dominante?
«Nei dischi insieme c’erano cose come la registrazione del battito del cuore del loro bambino che poi lei avrebbe perso, oppure la foto di Yoko a letto in ospedale dopo l’aborto spontaneo con Lennon a fianco. Trasformavano quello che stava succedendo nella loro vita, le tragedie e i successi, in qualcosa da condividevano col pubblico ed è stato molto radicale all’epoca».
Il mettersi a nudo e raccontarsi, come anche lei ha fatto per esempio nel libro La vita di chi resta, è sempre un atto di verità difficile, perché non si sa come gli altri lo accoglieranno?
«È vero: esporti direttamente comporta rischi. Ho scritto questo romanzo autobiografico sul suicidio del mio compagno e parlare di suicidio è ancora oggi uno dei più grandi tabù della nostra società. Sapevo che mi stavo esponendo, correndo un rischio. Però penso sia il ruolo di chi si esprime in maniera artistica: per me era importante comunicare questa cosa. Verrà accolta? Verrà capita? Non lo so ma il mio compito è portarla alla luce. Non mi paragono a Yoko Ono, per carità, però capisco che a volte si fanno scelte che rispondono alla propria coerenza interna. Sulla recezione altrui uno non sa, ma sente il dovere di rischiare. Questo è un messaggio che ho assorbito da Yoko: la capacità di dire “sono convinto di quello che ho da dire e mi sento di dirlo”. Se devo identificare un singolo motivo per cui amo Yoko è il disco e la copertina di Season of Glass. È il disco che stava incidendo prima della morte di John Lennon: sei mesi dopo l’assassinio l’ha pubblicato, mettendo in copertina la foto degli occhiali insanguinati del marito. Chiunque le aveva sconsigliato di farlo, dicendole che nessuno avrebbe capito e che sarebbe stata sommersa dalle critiche. Lei l’ha fatto lo stesso. Per me questo è il suo vertice artistico: l’idea di dire “io sto soffrendo, questa è la mia realtà, questi occhiali insanguinati sono la rappresentazione dell’uomo che è stato ucciso davanti a me e voglio che tutti la vedano”. Questa cosa, che è uno schiaffo nei confronti del pubblico, è la rappresentazione di come un artista viva il lutto: l’unico modo che ha di interpretarlo è dargli una forma artistica».
Quali sono gli elementi che hanno determinato tanto odio verso quella donna?
«Dietro ci sono secondo me misoginia e razzismo. Sono convinto che anche l’aspetto di Yoko Ono, un’orientale bassa coi capelli lunghi, lo sguardo un po’ torvo, veniva percepito come brutto, e ciò la rendeva incomprensibile come figura a fianco della più grande popstar mondiale. Fosse stata una modella alta e bionda avrebbe incontrato sicuramente meno resistenza e meno odio. Tra l’altro già dagli anni Sessanta Yoko Ono faceva film e opere per dimostrare la donna come oggetto e lo sguardo maschile come giudicante e soverchiante. Mi sorprende ancora di più quando sono le donne a odiare Yoko, perché forse sottovalutano quello che ha fatto o ha cercato di fare in proposito. Le sue posizioni femministe hanno un senso molto profondo ancora oggi».
A un certo punto, Lennon rimase a casa ad accudire il loro figlio, Sean. Anche questo ha dato fastidio?
«Certo. John Lennon era in un momento in cui si sentiva in crisi creativa. È nato il loro figlio Sean e Yoko gli ha fatto capire che non era obbligato a fare un disco all’anno, poteva prendersi del tempo per se stesso e il bambino. John è stato estremamente felice di ciò che però, agli occhi di molti, non fu altro che l’esempio massimo di come Yoko gli avesse fatto il lavaggio del cervello».
È vero che ha fatto litigare i Beatles?
«È una circostanza smentita da tutti i Beatles nel corso degli anni, ma il pubblico rimane ancorato a questa idea. È più facile identificare un nemico e dire “è colpa sua se è successa questa cosa”, piuttosto che riconoscere che il gruppo fosse in crisi da anni e non sopportasse più di lavorare insieme. L’idea “è arrivata una cattiva e li ha divisi” è più semplice da capire e assorbire ma è un’ingiustizia palese che le sia stato attribuito tutto ciò. Il pubblico esprimeva in maniera molto vivace l’odio nei suoi confronti ma Yoko Ono, con la sua profonda filosofia zen e l’abitudine a non mostrare le emozioni in pubblico, ha saputo assorbire la cattiveria. I pregiudizi sono difficili da smantellare e hanno una forza che va oltre la realtà. Yoko Ono, poi, si presta: i suoi dischi sono quelli di una che non canta ma si esprime con una voce non melodiosa e per certi versi irritante, anche se quello che trasmette è interessante. Le sue opere sono semplici, “chiunque avrebbe potuto farle”. È una specie di vittima sacrificale rispetto a questi pregiudizi perché spesso non si ha voglia di cercare di capire. Devo ammettere, tuttavia, che negli ultimi anni è in atto una rivalutazione di questa artista e c’è una frangia di pubblico che finalmente la comprende e l’ammira».
L’autenticità, che pure si dichiara di ricercare, viene respinta?
«Sì, perché spesso mette in discussione, non è un’autenticità rassicurante. L’autenticità può mettere in crisi le convinzioni, i concetti di lecito o illecito, di appropriato o inappropriato. È quello che dovrebbe fare l’arte: ridefinire i contorni delle cose o il modo di pensare. Come l’arte di Yoko, che non è compiacente».
Lei si occupa molto di letteratura, tra l’altro anche con la casa editrice Accento, che ha insieme ad Alessandro Cattelan. Cosa traspare da ciò che vi arriva?
«Abbiamo scelto la strada di pubblicare solo esordienti, quindi la nostra è una ricerca e un lavoro di talent scouting costante nei confronti dei nuovi autori. Riceviamo tantissime proposte, siamo nell’ordine delle 300 al mese. C’è molta banalità e ingenuità e ci colpiscono le proposte che escono dall’ovvio e dal prevedibile e raccontano situazioni intense e nuove. Come Sarvish Waheed (La nebbia di Rio), che racconta l’infanzia e l’adolescenza di un giovane di seconda generazione in provincia di Reggio Emilia e di come l’amicizia con due ragazzi italiani sia stata la sua salvezza. A gennaio abbiamo pubblicato una ragazza di vent’anni che racconta la sua esperienza come cameriera in un locale dove lavorano solo extracomunitari. Due anni fa avevamo pubblicato il romanzo Baba dello scrittore italo-tunisino Mohamed Maalel, che lo scorso anno è stato votato come libro preferito dai licei. Ci piacciono storie che raccontano un’Italia diversa che deve tenere insieme cose differenti. La letteratura, come la scuola, ci ricorda che la realtà in cui viviamo è complessa, fatta di tanti elementi che devono convivere e non scontrarsi. Per i nostri giovani e giovanissimi questa è già la normalità ed è assurdo che il mondo degli adulti e della politica non lo riconosca. Per noi è molto importante che arrivino queste storie».
A chi ancora non sopporta Yoko Ono cosa consiglia, a questo punto?
«Di ascoltare la sua canzone Mrs. Lennon: solo piano e voce, quasi beatlesiana. Funziona benissimo come antidoto».

