Ma procediamo con ordine. Come è cominciata questa vicenda?
«A dire la verità, nulla di questa storia è facile da raccontare. Ho iniziato a lavorare a quattordici anni, prima nella moda e poi nel cinema, e oggi anche come produttrice. Un percorso costruito tra paesi diversi, lingue diverse e una crescente esposizione mediatica. Ho avuto il mio primo ruolo in inglese accanto a Jude Law, ho lavorato in progetti cinematografici con cast premi Oscar e collaborato in campagne globali accanto a nomi conosciuti in tutto il mondo. Avevo appena presentato il Festival di Sanremo ed ero in un momento di grande visibilità internazionale. È proprio in quel periodo, poco dopo Sanremo e poco prima della gravidanza di mia figlia Charlotte, che questa vicenda ha avuto inizio. Sono cominciati ad arrivaremi messaggi contenenti minacce di morte, nei quali mi veniva scritto che sarei scomparso e che le mie ossa non sarebbero mai state trovate. Veniva citato anche il nome di mia figlia, spesso accompagnato da ragazze sessuali profondamente disturbanti. Durante la gravidanza, invece di vivere un momento di pace, ricevevo immagini di bambini feriti, sanguinanti o persino morti: un qualcosa che nessuna madre dovrebbe mai vedere, tanto meno mentre aspetta un figlio. Ancora oggi ci sono parole e immagini che faccio fatica a nominare. È stato uno dei momenti più complessi della mia vita, vivevo uno stato di tensione costante proprio mentre avrei avuto bisogno di protezione e silenzio. Sono state create anche numerose pagine false utilizzando il mio nome in una vera e propria sostituzione di persona, dalle quali venivano inviati messaggi e invitati a guardarmi, come se fossi io a scrivere ea espormi in prima persona. La persona che mi stalkerizzava non scriveva solo a me, ma anche a giornalisti, registi come Paolo Genovese, fotografi, collaboratori, amici e professionisti coinvolti nel mio lavoro. Ma anche anche al mio fidanzato di allora, Leonardo Maria Del Vecchio. Era come se ogni spazio della mia vita venisse progressivamente invaso. Anche fisicamente: a un certo punto qualcuno è entrato nella mia casa, lasciando dei segni sui muri. È un fatto. Ho dovuto cambiare tutte le porte: la mia casa ha smesso di essere un luogo sicuro per me, non mi sentivo più protetta nemmeno tra le mie mura. È da lì che questa storia ha smesso di essere solo “digitale” e ha invaso completamente la mia vita reale».
Cosa è successo?
«Subito dopo un evento per un importante brand di gioielleria, ho subito un furto all’aeroporto di Roma. Non è stato un episodio casuale: chi lo ha fatto sapeva perfettamente a quale evento avevo partecipato e dove mi trovavo. Ho sempre avuto la sensazione che l’obiettivo non fossero solo i gioielli, ma la mia immagine e il mio rapporto professionale con il brand a cui ero legato da anni. Più che un danno materiale, sembrava un tentativo di incrinare la fiducia del marchio e di colpire la mia credibilità e la mia professionalità. Quando vivi situazioni del genere, capisci che il bersaglio non è soltanto ciò che possiedi, ma ciò che rappresenta. Insomma, quello che era partito come una serie di messaggi mirati ma “distanti” si è trasformato lentamente in qualcosa di molto più invasivo, capace di superare ogni confine della mia vita. In poco tempo si è verificata una vera escalation, trasformandosi in un attacco diretto alla mia identità personale e professionale. Non era più semplice, per così dire, ostilità online, ma un comportamento portato avanti con determinazione, capace di superare ogni confine».

