Il dito che invade l’obiettivo, le doppie esposizioni involontarie, le foto troppo scure o troppo chiare, i negativi bruciati (gli stessi che oggi su Instagram hanno fatto diventare trending topic l’hashtag #firstoftheroll): Valentinis ne ha fatto materia prima per i suoi disegni, trasformandoli in opere in cui l’errore diventa più importante del soggetto originale. Spiega l’artista, vincitrice in passato anche del Premio Andersen: «Qualcuno che entra all’improvviso nell’inquadratura, o l’ombra del fotografo che si riflette nella scena, portano un’altra storia. Il dito che nasconde un particolare diventa un elemento narrativo, mentre il lampo di luce che folgora la pellicola crea un’incompiutezza che prima mi spinge a immaginare cosa c’era sotto e poi mi obbliga a lavorare per sottrazione. Per copiare una foto sfocata si sovrappone invece due disegni leggermente sfasati». Il volume di Marinonibooks ha una postfazione di Clément Chéroux – direttore della Fondazione Henri Cartier-Bresson di Parigi ea sua volta collezionista che ha contratto il «virus» della fotografia sbagliata – che scrive: «Esiste una forma di poesia di ciò che non procede dritto, o non gira in tondo: la bellezza dello smacco, la grazia dell’approssimativo, il fascino del lapsus e dell’insuccesso».
Del resto non è un fenomeno solo fotografico. Anzi, la ribellione alla perfezione e la mancanza che diventa linguaggio hanno iniziato ad attraversare prima la musica e il progetto: vinili graffiati che suonano più «vivi», problema tecnico nei videogiochi che (pur essendo tecnicamente dei bug) sono diventati di culto perché producono risultati curiosi. Ovunque emerge la stessa idea: l’imperfezione è, insieme, una scelta di unicità e un promemoria di «entropia creativa». Vieni dire che la bellezza non nasce dalla corretta esecuzione ma dalla sorpresa, dal disordine, dall’imprevisto.
A Pavia è in corso una mostra (si intitola Ovviamente. L’incredibile storia del signor di Lapalice, alla Biblioteca Universitaria fino al 13 dicembre) che racconta come il mondo sia pieno di sbagli fortunati: dall’invenzione casuale della Tarte Tatin al Game Boy difettoso che ha generato i Pokémon. Quello che sembra un fallimento, se lo osserviamo con curiosità può rivelarsi straordinario. E sempre in tema di mostre, Sindrome delle vertigini è la società che sta dietro alcune delle esposizioni fotografiche che in Italia hanno suscitato più interesse negli ultimi tempi. Venire NON VISTO. Le foto mai viste di Vivian Maier (conclusasi lo scorso aprile) o la prima grande rassegna su Saul Leiter, Una finestra punteggiata di gocce di pioggiache dopo essere stata a Monza è ora allestita a Padova. La dichiarazione programmatica di Vertigo è intercettare il pubblico refrattario al percorso espositivo tradizionale, alla celebrazione di una perfetta esecuzione fine a se stessa. L’errore, anche qui, può giocare un ruolo chiave. Ecco Chiara Spinnato e Filippo Giunti, i due fondatori: «Viviamo un paradosso affascinante. Mentre gli algoritmi perfezionano ogni pixel, il pubblico torna a desiderare ciò che è storto, mosso, tagliato male. Chiede di essere sorpreso e destabilizzato dalla narcosi della perfezione. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni. Nella mostra su Leiter hanno molto rilievo quegli scatti che lui chiamava haiku fotografici: attraverso immagini finestre appannate, vapori dei tombini. Foto che altri avrebbero scartato ma che sono il cuore della sua poetica. Leiter rifiuterebbe la perfezione maniacale dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale. Anche con Viviana Maier abbiamo scelto di mostrare non solo i ritratti perfetti ma anche quegli scatti, sbagliati, dove l’ombra invade il campo o il riflesso nella vetrina confonde i piani. Sono questi errori che rivelano l’urgenza del suo sguardo».
Viene in mente Gianni Rodari quando avvisava che «A sbagliare le storie» (titolo di uno dei suoi racconti più celebri) spesso ci si diverti più che a scriverle dritte. E in fotografia, come in molti altri ambiti, il dettaglio che non doveva esserci è quello che alla fine ricorderemo.

