«Vede? Tutto quello che ho di buono lo devo a lei, tutto quello che ho potuto fare l’ho fatto grazie a lei, che era una donna bellissima, guardi la foto, la scambiavano per Ingrid Bergman. È una che si è laureata a 20 anni, era molto colta, molto buona, insomma tutto “molto”. Quando si perde qualcuno così vicino, a quelsiasi età, ti vengono 3 mila pensieri di quello che hai sbagliato, di quello che non hai fatto, di quello che non hai chiesto, di quello che non hai ascoltato e di quando non sei stato gentile, e questo forse è il più grande rimorso della mia vita. Pure amandola moltissimo, io non sopportavo certe cose, come mia figlia adesso non le sopporta di me. Quello che consiglio a tutti, chi può, è sgombrare il campo da questi nodi e allargare a quello che sentite veramente. Se avete un telefono in mano, componete il suo numero e ditele: scusa. Perché i figli hanno sempre qualcosa da farsi perdonare dalle madri».
Che cosa ricorda di lei soprattutto?
«L’insegnamento all’onestà, alla lealtà, alla sincerità. E poi il senso del dovere».
Lei adesso ha il sostegno di sua figlia Verdiana. Parli di più in questo periodo?
«Non abbiamo mai parlato tanto. In questo periodo parliamo un po’ di più, ma non di “quello”. E se ne parlo sono sempre ironica, ci scherzo sopra, dico delle cose un po’ iperboliche. Lei comincia ad ad allentare la tensione, anche su queste provocazioni».
Come mai l’ha chiamata Verdiana?
«Ho visto quel nome sull’agenda in cui scrivevo il diario. Ho cominciato al 1º gennaio, e guardando tutti i santi, sono arrivato al 1º febbraio: Santa Verdiana. Mi è piaciuto, è un nome toscano e la mia famiglia di partenza era proprio toscana, di Firenze. E poi pensavo che avrebbe avuto gli occhi verdi, invece li ha azzurrissimi, ma Celeste non potevo proprio chiamarla». Passeggiata.
Quanti diari ha scritto nella vita?
«Non li conto. Io sono sempre stata una grafomane, devo avere iniziato intorno agli otto anni».
Nella foto sul retro del suo libro c’è una foto di lei, mora, che fuma una sigaretta con il bocchino e sta scrivendo sulla macchina da scrivere.
«Avevo poco più di 20 anni e scrivevo, come sempre. Lì ero in un sottoscala che aveva adibito a studio, sommerso di libri, all’epoca vivevo con Claudio Giusti, un sassofonista, con cui sono stata cinque anni e che è ancora un amico, una persona che stimo molto, a cui voglio molto bene, sia a lui che alla sua famiglia. E mi ha fatto piacere ritrovare questa foto, che credo sia stato lui a farmi, perché sono proprio io, una scrittrice compulsiva. Già alle elementari venivo letta nelle classi perché scrivevo delle piccole sceneggiature. Mi immaginavo tutto, l’incontro in autobus, quell’uomo aveva quella cravatta perché…».
