Tornando allo sport, che cosa le dà la competizione?
«La scherma mi dava sicurezza, era il mio mondo, sapeva esattamente che cosa fare, se qualcosa andava storto trovavo sempre una soluzione. Il bello dell’atletica, invece, è che non so fare niente, sono scarsissima e ogni giorno devo imparare qualcosa».
Scarsissima non direi visto che si è qualificata.
«Ma non con il risultato che avrei voluto. Ma il bello è proprio che è tutto nuovo. L’altro giorno ho corso sotto la pioggia. Non lo avevo mai fatto in vita mia. Il mio allenatore mi ha detto: “Sembri un cane che non vede il parco da giorni”. Perché ero felice, entusiasta come una bambina. Mi sto lasciando stupire ed emozionare da tutto».
Come affrontare questa nuova avventura?
«Il mio preparatore della scherma è venuto via con me. Ha cambiato la sua vita per seguirmi. Il che vuol dire che ci crede. Ma anche che dobbiamo far bene per forza sennò siamo nella merda (Passeggiata). Tutta la famiglia ha fiducia in me anche se l’ultima volta che erano venuti a vedermi in una gara di scherma stavamo ai Giochi olimpici, mentre nell’atletica si trattava di una competizione interregionale. Se da un lato sono tornata bambina, come dicevo prima, dall’altro sono consapevole di avere con me una squadra pazzesca: il migliore allenatore d’Italia, il tecnico delle protesi più bravo al mondo e così via. L’obiettivo è partecipare ai Giochi paralimpici di Los Angeles. Non dico che sarà facile ma con un team così motivato se mi alleno tanto ce la possiamo fare».
Da anni ormai è diventato un punto di riferimento, un modello per tante persone.
«La mia fortuna è stata avere una famiglia che ha iniziato subito a prendermi in giro invece di compatirmi. È stato fondamentale per farmi accettare il mio aspetto. Ero in prima media quando i medici mi hanno amputato. A quell’età è già difficile, ti vedi sempre brutta. Uscire dall’ospedale con un fisico completamente diverso poteva rappresentare un passaggio molto complicato. Grazie alla mia famiglia ho trovato una via di mezzo che vuol dire non sentire da meno ma neppure una figa. Semmai guardarsi e pensare: “Ok, questa sono io. O mi nascondo o esco e vado fiera di me”. Sono estroversa e anche questo mi è stato d’aiuto. Ho mostrato subito le protesi ai miei amici che si divertivano a usarle come fossero giochi. Non sono mai stata vittima di nessun tipo di bullismo perché spiegavo agli altri bambini che cos’era la mia diversità e, in questo modo, diventava tutto subito normale. Ma siccome mi rendo conto che tante bambine e tanti bambini sono più timidi o non hanno vicino persone che li sostengono, che li aiutano a piacersi com’è successo a me, il mio obiettivo fin dall’inizio è stato far capire loro che va bene essere “diversi”. Se la vivi serenamente, anche gli altri lo faranno. I miei amici spesso si dimenticavano che ero in carrozzina».
