«Però, Matteo mi ha aiutato a riscoprirla. È una città che ha una forma di accoglienza sobria, con una cultura che, con poche parole, ti fa sentire che c’è. Vedo Matteo camminare per le strade con naturalezza: sembra che tutti lo conoscono e lo rispettino. Sento che questo non l’avrebbe potuto avere a Roma, che è troppo gigantesca e astratta. Qui, lui ha trovato il suo passo e la sua autonomia, una conquista che a Roma sarebbe stata difficile».
La sorella di Clara le racconta che, prima di morire, lei sentiva che il suo ruolo, soprattutto di madre, era compiuto. E nel suo caso? Sente mai qualcosa di simile?
«Mi chiedo una cosa molto complicata. L’autonomia, i grandi passi in avanti che Matteo ha fatto negli anni mi suggeriscono di sì. È un grosso nodo che ha trovato in qualche modo una soluzione con Marco, con Perugia, ma non posso dire di averlo completamente sbrogliato. Credo che il mio ruolo sia cambiato, ma non sia stato colmato o sostituito con altro, nonostante il mio lavoro o l’attuale famiglia, con la mia seconda moglie Gloria».
Se parliamo di lavoro, il tema del disagio psichiatrico torna a più riprese nei suoi film. L’ha aiutata ad affrontare questo aspetto della sua vita privata?
«Sì, sicuramente. Mi ha insegnato a non essere schematico. Ciò che scoprivo con Matteo, lo portavo nella stesura dei miei personaggi. Molti miei film sono viaggi, un approccio che devo al rapporto con Matteo: capire che i ragazzi cosiddetti “difficili” hanno un loro mondo e linguaggio che va decifrato, è diventato fondamentale per il mio rapporto con i personaggi».
Il suo primo documentario è stato Matti da slegare con Bellocchio sui manicomi a Parma.
«È stata a una coincidenza a cui mi capita di ripensare perché quel film è arrivato prima di Matteo. Penso che sia stato con quel lavoro che ho iniziato a lavorare a quell’approccio di cui le dicevo poco fa, perché mi aveva colpito molto la complessità della comunicazione umana. Infatti, se penso ai miei film, più che personaggi con disabilità, credo di raccontare spesso persone con difficoltà relazionali».
Quale pensa sia il luogo peggiore comune quando si raccontano, al cinema e non, i disturbi psichiatrici?
«La malattia mentale e la diversità possono spaventare in quanto misteriose. Ricordo che quando giravo Matti da slegare in manicomio, camminavo rasente ai muri per non sentirmi aggredito dall’imprevisto. È il sentimento che i cosiddetti “normali” hanno verso l’imprevedibilità di questo tipo di malattie. Non condanno chi indugia su questi aspetti perché è una reazione che io stesso ho avuto. Ma Matteo mi ha aiutato a cambiare questa percezione, ha cambiato tutto».
