Il Giornata per un Internet più sicuroche ricorre ogni anno il secondo martedì di febbraio (il 10 febbraio nel 2026), nasce per ricordarci una cosa semplice e scomoda: Internet non è altrove, è un pezzo della vita quotidiana dei nostri ragazzi. E oggi quella vita passa da dispositivo sempre più precoci, sempre più personali e sempre meno mediati dagli adulti. Sensibilizzare non significa demonizzare la tecnologia: significa rimettere al centro regolecontesto, educazione, perché il problema non è lo smartphone in sé ma l’assenza di un’alfabetizzazione critica proprio quando servirebbe di più.
Negli ultimi anni abbiamo discusso molto di tempo dello schermocioè la quantità di tempo che una persona trascorre davanti a un dispositivo elettronico dotato di schermo (smartphone, tablet, computer, TVconsolle). Tempo in cui sono incluse attività come navigare online, usare i social, guardare video o giocare. Su questo punto, la Società Italiana di Pediatria (SIP) ha aggiornato le indicazioni sull’esposizione agli schermi con soglie molto nette per età: zero schermi sotto i 2 anni, meno di 1 ora al giorno tra 2 e 5 anni, meno di 2 ore al giorno dopo i 5 anniidealmente con la presenza dell’adulto (non come baby-sitter digitale). L’uso anticipato ed eccessivo dei dispositivo può intrecciarsi con difficoltà di attenzione, irrequietezza e fatica nello studio, anche perché gli schermi rubano spazio a sonnomovimento, lettura e conversazioni reali.
Perché non basta vietare (a scuola e nel mondo)
Qui entra la scuola. In queste settimane il dibattito su telefono in classe torna ciclicamente: vietarlo? limitarlo? Una posizione netta ha senso: ridurre la distrazione durante le ore scolastiche può aiutare, punto. Ma fermarsi al divieto significa lasciare fuori dall’aula la parte più difficile, cioè ciò che accade prima e dopo la campanella: chat, social, gaming, IA, contenuti e dinamiche di gruppo.
Non è un caso che il tema sia diventato politico: In Australia l’accesso ai social è stato fissato a 16 anni; In Florida (USA) si vietano gli account sotto i 14 e per i 14-15 serve il consenso dei genitori; In Franciasotto i 15 anni l’iscrizione richiede l’ok dei genitori. Segnali diversi, ma tutti nella stessa direzione: non basta dire «usa bene il telefono», servono regole e soprattutto educazione. In Italia l’accesso ai social è regolato soprattutto dal punto di vista privacy: sotto i 14 anni l’iscrizione (cioè il consenso al trattamento dei dati) dovrebbe essere autorizzata dai genitori, mentre dai 14 anni il ragazzo può dare il consenso da solo.
Quindi sì: limitare in orario scolastico può essere utile. Ma il vero salto di qualità è usare la scuola come palestra di cittadinanza digitale: riconoscere disinformazione e manipolazione, capire cos’è la privacy (e perché «tanto non ho nulla da nascondere» è una trappola), ragionare su identità digitale, consenso, reputazione, cyberbullismo.

