È arrivata fino a New York. Ci racconta com’è successo e che cosa ha provato?
«Sono stata notata dagli scout di Talenti di Vogue nel 2013. Arrivata alla finale del concorso, a Milano, ho avuto l’opportunità di incontrare figure come Anna Wintour, Donatella Versace e soprattutto Sara Maino: è stata lei a farmi capire che non esistono limiti, non importa da dove vieni. Dopo un anno di pausa – ero incinta del mio primo figlio – è arrivato l’invito per la Tbilisi Fashion Week, dove ho sfilato per tre stagioni, entrando in contatto con alcuni dei miei attuali amici e acquirente. Da lì sono riuscito ad iscrivermi alla New York Fashion Week. Ammetto che avevo molta paura, ma quando sono arrivato nel backstage tutto si è fatto chiaro. Passo dopo passo abbiamo costruito una comunità molto bella e oggi l’America è uno dei nostri mercati più grandi».
Tutto in Bevza è emblematico, dalle camicette «sorochka» alle gonne «plakhta». Qual è il capo al quale è più legata?
«Non c’è un capo in particolare, sono più legato ad alcuni elementi, ai loro significati. Come al bianco, presente fin dalle prime collezioni, che da un lato è uno dei colori più complessi con cui lavorare e dall’altro rappresenta purezza e nuova energia. O alla treccia ucraina, perché in passato le ragazze ucraine non portavano mai i capelli sciolti: era parte della cultura, dei rituali e associata al simbolo della spiga di grano».
A proposito, nel 2018 ha introdotto i suoi famosi gioielli «Spighetta», a forma di spiga. Cosa rappresentano per lei?
«Quanto è difficile non poter essere a casa. Secondo la tradizione, il pane è qualcosa di sacro, proprio come in Italia lo è il pomodoro, o la pasta. Non a caso l’Ucraina è uno dei maggiori esportatori di grano al mondo, da sempre nel mirino degli invasori per via del clima e della posizione geografica. “Il pane è la testa”, recita un proverbio, cioè è alla base di ogni cosa. Con il pane si accolgono gli ospiti, si arriva alle feste, si dà l’ultimo saluto. All’inizio della guerra, molte donne ucraine in fuga sentivano il bisogno di un simbolo visivo che le collegasse alla patria. Al punto che oggi, quando s’incrociano per strada indossando questi gioielli, si riconoscono».
