L’intervista a Susanna Egri
Lei si è spesso definita una donna libera. Oggi che la parola libertà viene spesa di continuo, pensa che le donne siano davvero più libere o che esistano, semplicemente, forme di condizionamento diverse?
«È un discorso complesso, ma sì: penso che oggi esistano forme più subdole di limitazione della libertà, e condizionamenti spesso difficili da riconoscere. A cominciare dal cosiddetto mainstream: la spinta ad adeguarsi è il contrario della libertà. Prima ancora di essere una donna libera, io sono stata una bambina libera. Ho avuto la fortuna di ricevere un’educazione che, per quei tempi, non era affatto scontata. Poi arrivarono le leggi razziali e da un giorno all’altro persi tutto: la scuola, la mia vita in Italia, i miei punti di riferimento. In Ungheriadove decidemmo di tornare, scoprii qual era la mia vocazione. Nella nostra famiglia la danza non era qualcosa che “si andava a fare”: era parte della quotidianità, come vestirsi o lavarsi i denti. Mia madre, prima di trasferirsi in Italia, aveva fondato una scuola in cui la insegnava insieme al fratello, e quando tornammo a Budapest iniziai a frequentarla. Capii però presto che, se ballare era la mia strada, per farne una professione dovevo andare oltre, dovevo puntare alla scuola del Teatro dell’Opera. I miei genitori però erano contrari: sarebbe stato uno sgarbo verso mia zia, che dirigeva la scuola di famiglia, e inoltre non avevamo i soldi per la retta. Così, a 14 anni, iniziai a dare lezioni di italiano e latino per pagarmela da sola. Ecco, questa per me è la libertà.»
E quando iniziò a studiare anche danza contemporanea, come andò?
«Andò che il mio maestro era una persona illuminata. Dopo pochi mesi disse a mio padre che aveva recuperato il ritardo rispetto agli altri allievi che frequentavano da più anni, e che ero veramente portata. E quando un anno dopo gli spiegai che il solo balletto classico ormai mi stava stretto e volevo studiare anche quella che allora veniva chiamata “arte del movimento”, non si opporsi come avrebbero fatto insegnanti più tradizionalisti. Anzi, approvò il mio desiderio di sperimentare, purché continuassi a portare avanti anche il balletto classico che era la base di tutto. Così, fui la prima a studiare entrambe le discipline contemporaneamente: finivo i corsi al Teatro dell’Opera e correvo in un’altra scuola a esercitarmi nella disciplina moderna. E questo nonostante le critiche che ricevevo dai compagni di ciascuno dei due corsi. Nella mia vita, sia privata che professionale, è stato sempre così: non mi sono mai lasciata inalterata dalle aspettative degli altri. Posso dire di non essere mai dipesa da nessuno. Quello che ho fatto, l’ho fatto perché lo volevo davvero, quello che non ho fatto perché non lo ritenevo degno di interesse».

