Questo articolo sul soft clubbing è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 24 febbraio 2026.
«Questa è la fila per la mostra di Dalí?». Un signore sull’ottantina si avvicina alla coda che si allunga nel cortile della Fabbrica del Vapore a Milano, una domenica mattina di fine gennaio. «No», risponde la coppia davanti a me, sopra il suono dei bassi che arriva dall’edificio davanti. «Noi siamo qui per ballare».
Dopo gli aperitivi con la ceramica, dopo i tornei di burraco, a Milano (ma non solo) è approdato un nuovo tipo di eventi, che ha un po’ meno a che fare con la ricerca di nuove amicizie e più con un modo diverso di gestire il tempo del divertimento:lo chiamano discoteca morbidaarriva da Berlino, Londra, New York.
Prende vita fuori dagli spazi tradizionali per spargersi in posizione meno convenzionalecome Bakery o Concept Store, con molto meno alcol e un’esperienza più focalizzata sulla musica. Sottocategoria: i rave di caffècasa dalle casse e bicchiere di carta pieno di caffè alla mano. Luci meno abbaglianti (c’è quella del sole che entra dalle finestre), niente ingressi nel cuore della notte, le porte iniziano alle 10 del mattino. Le brioche non aspettano la fine della serata, sono già pronte sotto la consolle.
La mattinata a cui mi trovo è organizzata da Radio m2o, che ha programmato cinque domeniche con diversi dj, a ingresso gratuito con prenotazione. La line-up di oggi prevede William Djoko, Ventisei e Danny Omic. Il club (anzi, il Morning Club) è aperto da tre ore abbondanti, ma se mi aspettavo di entrare immediatamente vista l’ora, mi aspetta una fila di almeno 40 minuti.
«All’apertura mi hanno detto che era anche peggio, arrivava fino alla strada», mi dice una
ragazza poco più avanti di me. Le persone intorno sono qui per la prima volta, incuriosite dal format che hanno visto sui social. Ci sono diverse coppie, alcuni gruppetti di amici. Cinque ragazze arrivano poco dopo di me non si sono prenotate, disperano di riuscire a entrare. A turno si staccano dalla fila per affacciarsi dentro il bar: «Ho fatto dei video», dice una di loro rientrando nella coda. «Così al massimo posso fare vedere che ci sono stata».
Total black o casual?
Capisco la confusione del signore che cercava la mostra di Dalí: guardandoci non si direbbe che stiamo andando a ballare. Siamo tutti infagottati nei nostri piumini e maglioni coloratiin jeans e sneakers. Qualche partecipante qua e là ne ha tentato uno sembrano totalmente nere. Specialmente tra quelli che vediamo uscire alla spicciolata compare qualche minidress, qualche collant strappato e qualche tacco traballante, ma potrebbero tranquillamente passare per la fila fuori da una qualsiasi pasticceria milanese che fa i cannella roll. I primi che sono riusciti a entrare sfoggiano le immancabili borsine di tela con la scritta House&Cappuccino.
