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    Sayf: «Mio padre se n’è andato quando ero piccolo, ma la famiglia non è mai solo bianco o nero. Per molti anni non ho avuto soldi, poi ho capito che non comprano né il tempo, né l’amore»

    redazioneBy redazioneMay 8, 2026
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    Questo articolo è pubblicato sul numero 20 di Vanity Fair in edicola fino al 12 maggio 2026. Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccare qui.

    Quello che ho da dire è nelle mie canzoni. Più c’è lì, meno resta da aggiungere». Sayf lo chiarisce subito. Ma poi parla. Per un’ora abbondante. La voce è calma, come se cercasse ogni parola nel posto giusto prima di usarla. Ogni tanto si ferma, poi riprende. Non riempire i vuoti. Parla di Genova, dove è nato, della madre tunisina, del padre che non c’è stato, dei soldi che non ha avuto, degli amori impossibili, di De André e della politica che non funziona. E soprattutto di Santissimoil suo primo album in uscita l’8 maggio. Dentro c’è davvero quello che è: la fame, la doppia identità, le contraddizioni di un’Italia che ama nonostante tutto. E collaborazioni importanti: Geolier, Bresh, Kid Yugi. Ventisette anni, all’anagrafe Adam Viacava – Sayf è il nome che sua madre avrebbe voluto dargli, in arabo significa «spada» – è cresciuto tra Santa Margherita Ligure e Rapallo, all’ombra delle case dei ricchi. «Quando vivevo sul mare, non potevo andare al mare», canta in Se Dio vuolel’Ep che lo ha fatto conoscere. Ha lavorato come panettiere, cameriere, lavapiatti, autista per consegne. Due anni fa ha mollato tutto e ha scommesso sulla musica. «Sperando di giocarmi bene le carte», dirà. «Avevo un’opportunità e non dovevo fare cazzate». All’ultimo Festival di Sanremo è passato in una settimana da «ma chi è Sayf?» al secondo posto, rievocando la frase di Berlusconi «l’Italia è il Paese che amo»le azioni di Cannavaro, le alluvioni ei politici che se la spassano, tra barre (le strofe del rap), jazz, omaggi a Tenco. «Quello che hai vissuto ti forma, è normale che venga fuori», spiega. «Non sono né un politico né Gandhi. Ma se posso dire la mia, lo faccio. Non mi tiro indietro».

    Che cosa rappresenta per lei Santissimo?
    «Gli ultimi due anni, la mia vita, quello che ho visto. Santissimo è una contraddizione, e forse lo siamo un po’ tutti. Dentro ci sono le crepe, la corruzione, gli errori, tutto quello che ci rende umani. Non parla di santità, ma della fatica di restare puliti quando la vita ti sporca. Però alla fine resta la speranza – sempre quella – che ti salva e ti rimette in piedi».

    In Ricordi canta «mi dava un bacio mamma se chiedevo di papà».
    «Sono parole forti, ma non le considero un’accusa. I miei si sono separati quando ero piccolo, lui se n’è andato, per noi è stata dura, anche economicamente. Ma mio padre non è stato assente del tutto: l’ho conosciuto, ci siamo visti, ho vissuto sia l’assenza che la presenza. Ci sono persone che non hanno questa fortuna, un padre non l’hanno mai avuto. Ho imparato che la famiglia non è mai solo bianco o nero. Con tutti gli errori, i casini, resta sempre il punto da cui parti. E anche quello a cui, in qualche modo, torni. Bisogna saper perdonare».

    Nella stessa canzone parla di «mamma Italia» e «mamma Africa», come tiene insieme queste due parti di sé?
    «Esistendo. Perché esistendo sei, per forza, tutto quello che ti compone. “Mamma Italia” nel senso che sono cresciuto qui: ho questa cultura, ho una buona padronanza del linguaggio che per me è fondamentale, sia per esprimere i concetti sia per capirli prima ancora di pronunciarli. “Mamma Africa”, invece, è legata a una radice più lontana, che ho sempre vissuto un po’ a sprazzi. In Italia non ho mai sentito la mia doppia identità come una discriminazione».

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