Scatti incastonati come tessere di un mosaico
Il fotografo ravennate, tra i più importanti dei nostri tempi, non poteva che essere celebrato nella sua città, dove la luce del 1947 lo ha visto nascere, circondato dallo splendore dei mosaici di Sant’Apollinare, San Vitale e Galla Placidia, che hanno segnato in modo indelebile la sua impronta estetica.
La poesia del Novecento rappresenta un altro tassello determinante, confluito nella costruzione del suo immaginario creativo. Tutto, però, inizia all’età di nove anni, quando si ritrova tra le mani una Ferrania Elioflex. Seguono gli anni fondamentali della formazione, i primi reportage – tra cui quello dedicato ai funerali di Ezra Pound a Venezia – e nel 1973 l’arrivo a Parigi, con Ravenna sempre nel cuore. Da lì prendere forma le collaborazioni con Elle e Maria Chiarail trionfo con le campagne per Dior ei cataloghi per Yoji Yamamoto.
Nel 1981 fonda lo StudioLuce in Rue Paul Fort, un laboratorio alchemico dove fotografia, teatro e sogno dialogano tra loro e le cui atmosfere rivivono oggi nella sua galleria, tra luci soffuse, pavimenti in legno e pareti velate da tende che ammorbidiscono lo spazio, grazie alla sensibilità curatoriale di Chiara Bardelli Nonino e al progetto scenografico di Ania Marchenko.
L’intervista a Paolo Roversi
Ho incontrato per la prima volta Paolo Roversi durante l’adolescenza, quando mi tuffavo tra le pagine di Vogue Italia e mi perdevo nei suoi shooting onirici per Vogue Unica, l’edizione speciale dedicata all’alta moda. La seconda a Ravenna, partecipando a una tappa significativa della sua storia. Successivamente, la terza, di recente, in videochiamata da Parigi: lo intervistavo mentre si raccontava con alle spalle un’armatura di libri.
