Verona è la città dell’amore eterno. O forse degli amori impossibili. Ecco Shakespeare ha ambientato la storia più celebre di sempre, trasformando un balcone in un’icona globale che ogni anno centinaia di migliaia di persone corrono a fotografare, come se l’amore potesse essere catturato in uno scatto.
Ma cosa significa essere innamorati nel 2026al tempo di Instagramdelle App e delle relazioni mordi-e-fuggi? L’artista Pietro Terzini, classe 1990, prova a rispondere, con il suo inconfondibile mix di romanticismo e ironia, in una mostra, Sei innamorato? Sì, sono a Verona, che inaugura (non a caso) il 14 febbraio alla KROMYA Art Gallery di Verona.
Pietro Terzini presenta un progetto inedito che, attraverso trenta opere – molte delle quali mai esposte prima – mette in cortocircuito Shakespeare e social media, pathos e sarcasmo, mito e presente. È possibile essere innamorati di una persona, di un luogo, di un’idea? O stiamo semplicemente eseguendo la narrazione dell’amore che abbiamo imparato a desiderare? Ne abbiamo parlato con Terzini che tra ispirazioni, progetti e passioni ci ha svelato perché, oggi più che mai, amare è anche un atto creativo.
L’intervista a Pietro Terzini
Lei è laureato in Architettura ma oggi lavora con parole, neon e immagini. In che modo la formazione da architetto continua a contrastare il suo modo di fare arte?
«Gli anni passati a studiare architettura mi hanno insegnato cinque cose fondamentali, che mi hanno dato un imprinting indelebile: lavorare sempre; utilizzare gli strumenti tecnici più avanzati; essere curiosi e cercare continuamente nuove fonti di ispirazione; tenere sempre conto del contesto in cui si opera; creare un proprio linguaggio estetico originale e riconoscibile».
Oggi lei è una stella di Instagram con quasi 700mila follower, ma haa raccontato spesso di essere arrivato sui social «da grande» e di aver vissuto gli anni dell’università quasi «offline». In che modo l’ingresso nel mondo digitale ha cambiato il tuo rapporto con la creatività?
«Il mio processo creativo è sempre stato lo stesso, sia in ambito visivo, musicale o architettonico, fin dagli anni delle superiori. È un processo molto personale e quasi egoistico. L’avvento dei social ha introdotto una variabile gigantesca: il giudizio degli altri. Proprio per timore di questo giudizio sono arrivati tardi su Instagram e Facebookma alla fine ho capito che sarebbe stata una conseguenza inevitabile. Così ho superato la mia paura e la mia “vergogna”».
