«Gira la cote, gira, gira… gira! Ungi, arrota, che la lama guizzi, sprizzi fuoco e sangue…». È l’aria Nessun sonno dalla Turandot di Puccini. E per settimane ha risuonato, con una certa ostinazione, tra le pareti di casa nostra. Il responsabile ha nove anni e si chiama Samuele. L’ha imparata a scuola, preparandola per cantarla a teatro, grazie a un progetto che ha coinvolto la sua classe in un percorso di scoperta dell’opera lirica. Quando l’abbiamo scoperto, la nostra reazione, da genitori, è stata di stupore: l’Opera a scuola?!
È da qui che si arriva ai trent’anni di Educazione all’operaproprio quel progetto che è stato capace di avvicinare mio figlio ei suoi compagni di primaria al melodramma che, dalla sua fondazione, ha coinvolto migliaia di studenti, anche adolescenti. Una ricorrenza importante, che mi ha dato l’opportunità di parlare con Barbara Minghettil’ideatrice, che nel 1996 ha avuto un’intuizione allora controcorrente: trattare l’opera non come un retaggio culturale, ma come strumento di partecipazione e formazione. L’obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di ribaltare una convinzione dura a morire: che l’Opera sia troppo complessa, distante o «adulta» per entrare in classe.
Eppure, lo dico per esperienza diretta, l’Opera piace ai bambini (certo se presentata in maniera pop). Il perché l’ho chiesto a Barbara Minghetti: «I bambini mi sorprendono sempre e noi ci divertiamo a vedere la loro reazione. Per esempio, un anno abbiamo fatto anche Wagner. Eravamo timorosi, e invece è piaciuto tantissimo».
Il segreto? È quello di pulcinella: le storie funzionano quando c’è conflitto, quando c’è dramma. «Ovviamente, le storie con un po’ di “cattivi” li catturano ancora di più. Turandotper esempio, si vedeva chiaramente quanto li affascinasse. La principessa, la “bella” che finisce con il principe, viene osannata, mentre il cattivo viene fischiato».

