Dal 20 al 24 marzo, negli spazi di Palazzo Stampa di Soncino a Milano apre la nuova edizione di Biennale Milano-Expo d’Arteun progetto a cura di Salvo Nugnes, pensato non solo come evento espositivo ma come hub culturale teso alla riscoperta del valore fisico, materico e digitale dell’arte.
Tra i protagonisti di questa edizione anche l’artista e fotografo Enrico De Santis con le sue Esocalieopere che uniscono la fotografia al riuso di vecchie porte, finestre, scale di legno, raccolte e restaurate dall’autore. Anche qui gli oggetti, considerati dall’autore non cornici ma parti integranti dell’opera, mettono di essere quello che sono per contribuire alla costruzione di un significato: esocali è infatti un termine coniato dall’artista, che unisce il prefisso greco éxō (fuori) e l’aggettivo kalòs (bello), indicando la capacità dell’arte di far emergere la Bellezza.
L’artista racconta di aver realizzato la prima esocalidopo aver trovato su una spiaggia un’anta spessa con cerniere di ferro, probabilmente appartenente alla cella frigo di un peschereccio. Quella porta mangiata dal cavallache oggi custodisce due foto scattate a Zanzibar, diede origine a una produzione che, utilizzando oggetti legati all’idea di passaggio e collegamento, è diventata non soltanto metafora del dialogo tra dimensioni diverse, ma anche denuncia della progressiva distruzione dell’ambiente operata dall’uomo.
Tra le porte e le finestre di Enrico De Santis, passaggi verso altri mondi, viene in mente un’opera di Jannis Kounellis composta da un gruppo di armadi sospesi al soffitto, esposta alla Fondazione Prada di Venezia nel 2019. Senza titolo (1993-2008), oggi a Palazzo Riso a Palermo, non è soltanto un omaggio ai soffitti affrescati del Seicento ma, con le ante aperte o specchiate dei suoi armadi, è un tentativo di sovvertire la fisica (peso), l’architettura (verticalità), il nostro punto di vista (orizzontale). Quante cose per dei semplici complementi d’arredo!
Davanti a opere così, non è quello che vedi ma quello che pensi, che provi, che conosci, la cosa più
importante. L’Arte sa espandere quello che sappiamo già del mondo, una cosa che nel 1929 René Magritte aveva provato a spiegare con il dipinto La trahison des immagini o Ceci n’est pas une pipe (Il tradizione delle immagini o Questa non è una pipa). Sottolineando quanto l’oggetto rappresentato non fosse reale, l’opera era un invito a riflettere sulla complessità del linguaggio, ad andare oltre quello che vediamo. Come un armadio appeso al soffitto.

