Ci sono mostre che valgono un viaggio. E questa a LubianaIn Sloveniaè una di quelle. Non è solo ciò che si vede che la rende memorabile, ma è tutto quello che ci sta dietro che ammanta ogni opera di senso, di poesia, di meraviglia e stravolgimento.
In ART VITAL – 12 anni del tandem Ulay / Marina Abramovićallestita alla Galleria Cukrarna di Lubiana, c’è tutta la travagliata storia, di amore e odio, di questi due grandi artisti, che sono Marina Abramovićsuperstar della performance art, e Ulayfotografo tedesco, suo solidale compagno per dodici anni, venuto a mancare nel marzo del 2020.
Parlare di loro vuol dire farsi trascinare fuori da ogni genere di controllo, vuol dire credere nell’energia, in qualcosa che travalica il visibile. L’incredibile inizia fin da subito, da quando loro si incontrano per la prima volta: sono ad Amsterdam, è il 1976 ed è il 30 novembre, data di nascita di entrambi (lui era del 1943, lei è del 1946). Da lì comincia uno dei più prolifici legami artistici di sempre, ora raccontati in questa mostra, dove ci sono disegni abbozzati, video delle loro installazioni più estreme e provocatorie, pezzi della loro vita insieme e lettere più che intime: «Ma sarebbe stato noioso che fosse stata una mostra solo sul nostro amore», ha detto Marina Abramovićpresente a Lubiana per l’inaugurazione (la mostra, aperta non a caso il 30 novembre, rimane allestita fino al 3 maggio 2026), «Ulay era un uomo meraviglioso, carismatico, interessante, sexy e complicatissimo. La nostra vita era un continuo su e giù, anche con momenti di grande tensione. Ed è solo grazie al perdono che questa esposizione è stata resa possibile. Ulay ha trascorso qui i suoi ultimi anni ea Lubjana ha trovato la pace: questo era un luogo obbligato per fare questa esibizione. Ci abbiamo messo di tutto. Appena si entra si può vedere un piccolo furgone, prestateci attenzione, è uno dei pezzi che più mi sta a cuore: è quello che abbiamo comprato con Ulay nel 1976 ed è lì che per anni abbiamo vissuto: dentro ci avevamo ricavato un piccolo letto e, con il nostro cane, facevamo una vita nomade. Ci lavavamo quando ci fermavamo dal benzinaio. Non avevamo niente, ma eravamo incredibilmente liberi: poverissimi, ma felicissimi. Poi abbiamo venduto il furgoncino per andare in Australia. A quel punto è passato di mano in mano, ma noi siamo riusciti a recuperarlo, desideriamo che ci fosse nelle nostre performance: quella nostra macchina ce la siamo portata alla Biennale di Parigia Los Angeles, poi dentro GiapponeUN New Yorka Lione, e ora eccola di nuovo qui. È un pezzo importantissimo per me. Poi, in queste vendite, trovate documenti, diari, registrazioni sexy. Credo che questa esposizione si possa guardare su tanti diversi livelli. E non la vedo come una carrellata storica sulla performance art, perché qui la performance continua, ci saranno ballerini, artisti e attori che riproporranno quello che abbiamo fatto io e Ulay».
