La guardia ammirata e non riesco a non chiederglielo: «Ma come ha fatto a non essere gelosa?». «E perché avrei dovuto? In fondo è lei che ha permesso al mio uomo di diventare l’artista che lui voleva essere, l’ha reso un uomo felice».
Lena Pislak lo dice così, mostrando decine e decine di lettere d’amoredi foto e video che ritraggono suo marito, il fotografo tedesco Ulay (morto nel 2020), insieme a Marina Abramovićsuperstar della performance art, sua solidale compagnia per dodici anni. Ci sono loro, sempre e solo loro: nudi, a letto, abbracciati, tra la gente, sorridenti, impegnati, giovani, complici. Ulay e Marina, Marina e Ulay, costantemente insieme, coppia simbolo di una relazione totale.
E Lena è come se stesse un passo indietroa guardare quei due mitici individui di cui il mondo intero ha parlato e riparlato, commuovendosi in occasione di quel famoso incontro al MoMa di New Yorknel 2010, quando lui, dopo anni di separazione da Marina Abramović (a quel punto stava già con Lena), si sedette senza preavviso di fronte alla sua ex compagna segnando una delle pagine più emozionanti della storia dell’arte contemporanea.
In realtà, pochi anni dopo quella scena, diventata emblema di amore eterno, iniziò una lunga battaglia legale per una questione di diritti e di supposti danni d’immagine. La passione di questi due grandi artisti si ricanalizzò su un binario litigioso, con la stessa tensione che prima li teneva legati. Fu un lungo percorso, che andò dall’amore all’odio, per poi attrarre al perdono.
Intanto nella vita di Ulay era appunto entrata Lena Pislak: una donna bionda, slovena, con due figli, art director di professione. Ed è stata lei a mettere mano al grande archivio dimenticato di Ulay ea volere la mostra Art Vital – 12 anni del tandem Ulay / Marina Abramovićallestita, fino al 3 maggio 2026, alla Galleria Cukrarna di Lubiana: «Quando lo incontrai, nel 2009, lui viveva ad Amsterdam e non era granché felice: la sua casa era decisamente impersonale e intorno aveva accumulato di tutto, quasi fosse una discarica: pezzi, diceva, che servivano per le sue opere, ma in realtà in quel periodo non stava combinando molto. Non voleva essere rappresentato da gallerie e non andava avanti e si perdeva nel bere. Quando però abbiamo iniziato a frequentarci, l’ho preso per mano e lui si è affidato: mi sono messa a riorganizzargli la vita».
E da lì tante cose ne sono venute, a cominciare da questa mostra ora allestita a Lubiana, e, prima ancora, un documentario, Ulay – Performare la vita di Damjan Kozole, un libro, Non sono speciali, sono diversi (Il Saggiatore) e un altro, **Amore Odio Perdono **(Galleria Cukrarna).

