Se Andy Warhol avessi capito davvero come funzionava il prova delle macchie di Rorschachprobabilmente oggi non avremmo le 64 opere che compongono lo straordinario corpo dei «Pittura di Rorschach». L’artista si era infatti convinto che le macchie fossero dipinte dai pazienti sottoposti al test, e non che esistessero 10 immagini – realizzate nel 1921 dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach (1884-1922) – utilizzate per capire la loro personalità, intelligenza e inclinazione sessuale, partendo dalle descrizioni che ne avevano fornito.
Se Warhol avesse saputo dell’esistenza delle «macchie standard» probabilmente ne avrebbe fatto qualcosa lo stesso, quello che lo affasciava era, la loro impersonalità e ripetitività seriale, caratteri che ritroviamo, infatti, in questi dipinti, realizzati versando vernice (nera, dorata o colorata) su un lato della tela, che poi era piegata in due per imprimere l’altra metà. Ciò che risultava era aperto a qualsiasi interpretazione (come le macchie di Rorschach appunto), ognuno poteva proiettarvi fantasie e desideri, perché secondo Warhol tutta la pittura astratta funziona così: non esiste forma che possa evitare l’interpretazione proiettiva, un «vedere dentro».
E questo istinto a vedere dentro, o meglio dire «oltre» l’immagine, è lo stesso che si attiva davanti a una parete intera di «s-macchie» di Marco Bernardi (Roma1969) la cui mostra «Egonoclastia» a cura di Anna Simone, è in corso, fino al 24 aprile, negli spazi della galleria Ex Elettrofonica di Roma. Un progetto che, attraverso disegni, sculture, installazioni, è un invito a «smontare il proprio ego» – il titolo è composto infatti dalla parola EGO e da ICONOCLASTIA (la distruzione delle immagini) – come argine necessario a una società che sempre più ci invita al culto di noi stessi e della nostra immagine, dimenticando l’importanza delle relazioni che compongono e sostengono le comunità.
Davanti alla parete coperta dalle 99 «s-macchie di Rorschach» di Bernardi, è inevitabile fermarsi a cercare qualcosa – alberi, draghi, ballerina di Can-can, casse toraciche, lottatori di sumo e inevitabili genitali maschili e femminili – una conferma non solo di quello che pensava Warhol, ma di come tutta la mostra sia una forma di «auto osservazione terapeutica», un viaggio nella mente dell’artista e, di riflesso, in quella di ognuno di noi. L’artista accoglie infatti i visitatori con una singolare scultura su ruote: la sezione anatomica di una testa umana di profilo, nel cui cervello è evidenziata la posizione dell’amigdala, la ghiandola delle emozioniil nostro motore più potente.
