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    Gianni Morandi: «A 36 anni pensavo di smettere di cantare, non sapevo cosa fare della mia vita. Oggi a 81 riempio i palasport. Io sociale? Ho rallentato un po’: le cose serie non interessano, se pelo una patata migliaia di like»

    redazioneBy redazioneApril 3, 2026
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    Quando esce, nel 1966, in Italia, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles ei Rolling Stones non è una canzone qualsiasi. Morandi fino a quel momento è quello delle canzoni d’amore, delle hit leggere, immediate. «Io arrivavo da delle canzonette», dice lui stesso. Poi arriva questo brano, scritto da Franco Migliacci e Mauro Lusini, e cambia tutto. «Mi dicevano: tu non puoi cantare questa, è troppo politica, parla male degli Stati Uniti. Era proibita dalla Rai. Non potevi parlare male del Vietnam. C’erano cinque persone che ascoltavano le canzoni e decidevano se potevano andare in onda o no». E quindi la soluzione fu aggirare il sistema: «Trasmettevano il retro, Se perdo anche te. Quella diventò numero uno».

    Poi l’episodio che è rimasto nella memoria. «Al Festival delle Rose mi avevano detto: non puoi dire “Vietnam”, devi dire “è morto ta tà”. Io arrivo lì e canto: è morto nel Vietnam, scandendo bene. Il risultato: «Interrogazione parlamentare».

    Sessant’anni dopo, quella canzone è ancora lì. Anche per questo il tour parte da lì, dai palasport, da una serie di date che lui stesso fatica a prendere sul serio. «A ottantun anni riempire ancora i palasport mi fa un grande effetto. Poi non ci credo. Mi dicono: Milano è esaurita. E io: ti sei sbagliato». Il calendario è quello dei grandi spazi: Conegliano, Milano, Torino, Roma, Bologna, Firenze. «Siamo quasi esaurito ovunque», dicono gli. Lui prova a smorzare: «Guarda che non ce la faccio con la voce day by day».

    La voce è uno dei pochi limiti che riconosce. «Devo ridimensionare le tonalità. A ottantun anni vai un po’ più cauto». Ma per il resto il problema non è tecnico, è il pubblico. «È difficile imporre delle cose. La gente viene perché vuole quelle canzoni». Fa l’esempio più semplice: «Avevo eliminato Fatti mandare dalla mamma. Un disastro. La cantavano loro. Ho dovuto inserirla di nuovo».

    Nel nuovo spettacolo, però, vuole anche raccontare. «Sto lavorando con Federico Taddia perché vorrei dire delle cose. Non solo della mia vita». E a un certo punto entra anche la politica, senza girarci troppo intorno: «Trump e Putin vogliono decidere della nostra vita. Questo mi disturba. E l’Europa non si compatta».

    Poi il discorso si sposta, come succede continuamente, indietro nel tempo. A quando aveva 36 anni e pensava che fosse finita. Di quel periodo di uscita dalle scene ricorda: «Mi dicevo: adesso cosa faccio? Pensavo di smettere di cantare, di restare nella musica ma a fare un altro lavoro: magari il produttore. Non avevo problemi finanziari, ma non sapevo come riempire le giornate e cosa fare nella vita». Poi la svolta: «Seguo il consiglio di iscrivermi al Conservatorio, nella classe di contrabbasso, dove c’erano meno richieste. Mi trovo in mezzo a ragazzi di 18, 20 anni. Io non ne avevo 36». Ma è lì che succede qualcosa: «Nel coro ho imparato davvero a cantare. A cantare le parole». Sono anni senza successo, ma pieni. «Camminavo per strada senza che nessuno mi fermasse. Qualcuno mi guardava come a dire: guarda un po’ lui. Ma io vivevo un momento molto bello».

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