Quell’eccentrica figura d’artista che è stato Friedrich Hundertwasser, pittore, architetto, utopista, ecologista, antirazionalista visionario, affermava che la felicità era un diritto. E che i luoghi del vivere e dell’abitare dovessero essere luoghi felici. Lo penso anche Giada Petroneche alla voce professione – unica in Italia – ha scritto: armonizzatrice di spazi. Nulla a che fare, precisa subito, con l’arredare. «L’progettista d’interni parte da uno spazio vuoto, io dall’opposto: uno spazio troppo pieno». Parla di «psicologia abitativa», di sincronia temporale tra ambienti e chi li occupa, di un percorso su misura creato sull’ascolto, «che parte dal senso di cura e procede dall’interno verso l’esterno, al contrario di quell’operazione di immagine che è l’home staging». Quando la chiamano lei arriva leggera, setaccia ogni stanza quasi a passo di danza e procede, come Michelangelo, per via di levare. «Si decide insieme cosa tenere e cosa lasciare andare; un lavoro intimo, delicato, quasi maieutico, per arrivare a una casa funzionale e poetica, che abbia anche la capacità di sorprenderci».
Intervista a Giada Petrone
Il primo nemico dell’armonia?
«L’accumulo, quel cavalla di cose che non ci corrispondono più. Uno spazio riesce a essere davvero armonioso quando è in sintonia profonda con la stagione esistenziale di chi lo sta vivendo. A volte la casa resta indietro rispetto alla vita e non ha più nulla a che fare con te; tu non lo sai, ma ci sei a disagio».
Da dove inizi?
«Da un riordino generale, compreso ciò che non si vede, nascosto in mobili, contenitori, soffitte, garage. Bisogna attraversare oggetti e ricordi per capire se fanno ancora parte della nostra vita, se danno gioia oppure no. Poi si lavora sul ritmo, sulla modulazione di pieni e vuoti, luci e ombre, suoni e silenzi; quando la casa ha un buon ritmo l’occhio non si stanca e il movimento di chi ci vive è fluido. Ultimo tocco, valorizzare ciò che si era dimenticato, acquistando il meno possibile».
La cosa più difficile?
«Sollevare le persone dai sensi di colpa nel liberarsi di oggetti ereditati da chi non c’è più».
Chi si rivolge a te?
«Chi non sta bene a casa propria, non solo per ragioni estetiche. Mi chiamano spesso nelle fasi di cambiamento, nei momenti di transizione importanti della vita, per esempio in caso di separazione. Se in casa resta uno dei due si lavora affinché lo spazio corrisponda al nuovo sentire e non procuri sofferenza a causa dei ricordi. Per dimore ereditate intervengo affinché lo spazio che era di altri diventi il proprio, sbaragliando sensazioni di estraneità e smarrimento».
Il valore aggiunto di un’armonizzazione?
«Il benessere che uno spazio armonico dona a chi lo vive. Quando una casa è armonica anche i suoi abitanti lo sono e lo scambio umano è facilitato. La casa assorbe l’energia del vissuto come l’essere umano assorbe le vibrazioni dell’ambiente».
