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    Francesca Barra: «Io in amore non perdono. Se oggi scoprissi un tradizione non mi chiederei se sono in grado di perdonarlo, mi chiederei se quella relazione ha ancora un senso

    redazioneBy redazioneJune 17, 2026
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    Non sono sicura di credere nemmeno alla versione romantica del perdono che ci viene raccontata. Quella secondo cui quando qualcuno ci ferisce, noi rintracciamo una forza morale superiore, assolviamo chi ci ha fatto male e finalmente ritroviamo la pace. È come se presupponesse una gerarchia implicita. Tempo fa, preparando un esame universitario, studiai le dinamiche del conflitto ei modi per affrontarlo. Ricordo che si parlava di Negoziazione, mediazione, elaborazione, risoluzione. Non ricordo che si parlasse di perdono. Risolvere un conflitto migliora sempre lo stato di partenza.

    Nelle mie relazioni non ho mai praticato il perdono e non l’ho mai chiesto. Quando qualcosa si rompeva, non mi domandavo come perdonare.
    Mi domandavo se ciò che era accaduto mi permettesse ancora di riconoscere l’altro e di riconoscermi accanto a lui perché considero le persone responsabili delle proprie scelte.

    Se mi tradisci, se menti, se mi ferisci deliberatamente, non credo che le scuse, le lacrime o la redenzione possano cancellare ciò che è stato. Posso comprendere, posso persino smettere di essere arrabbiato, ma quel fatto resta. Tu sei la somma delle tue azioni, chi sono io per cancellarle? Ho chiesto scusa nella mia vita, ma non perdono perché percepisco una differenza.

    Le scuse appartengono all’etica, il perdono appartiene a una dimensione più sfuggente. Quando chiedi scusa, resti lucida, nel mondo degli esseri umani: l’errore, la consapevolezza, la responsabilità, il tentativo di riparare ciò che si è rotto. Comprendi che una tua azione ha prodotto una reazione che spesso si sottovaluta e in quella scusa c’è la consapevolezza di aver provocato una crepa, di averla vista, di non volere che si faccia finta di niente. Perché c’è.
    Quando perdoni voci in un territorio diverso, quasi sacro. Perdonare significa rinunciare a una parte del proprio diritto alla crepa. Mi sembra da pavidi nasconderla, fingere che si possa riparare.
    Forse è per questo che il perdono viene considerato un atto straordinario e raramente porta davvero alla pace. Chiede di andare oltre la giustizia.
    Ed è qui che nasce il mio disagio: a chi serve davvero il perdono?
    Il perdono non riguarda l’altro, ma un mio bisogno. Si perdona perché si spera che l’altro cambi. Io, invece, ho sempre pensato che le persone cambiano molto meno di quanto ci piaccia credere. Più che cambiare, si rivelano. Le crisi, i tradimenti, le separazioni spesso non trasformano gli esseri umani: li mostrano per ciò che sono e che desiderano.
    Nella mia esperienza, le relazioni finite non hanno avuto bisogno di perdono, ma hanno avuto bisogno di lucidità.
    Con il padre dei miei figli non ci siamo lasciati dopo una guerra che richiedesse assoluzioni reciproche. Ci siamo trovati davanti a una verità che, per quanto facesse male, non si poteva perdonare, ma accettare.
    Di che cosa avremmo dovuto perdonarci? Non eravamo colpevoli, ma dovevamo essere responsabili nei confronti dei bambini.

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