Poi però doveva essere apparso un gatto
«La “colpa” fu di mia figlia, la più grande. Portò a casa un gattino, minuscolo, e lo regalò alla sorella più piccola. Lo chiamò Ugo e da allora rimase sempre con noi. È il protagonista della foto di copertina del libro. Un Ugo in versione contemplativa, mentre guarda fuori dalla finestra. È una delle mie foto preferite tra quelle scelte, tra oltre 180, per il libro».
E dopo Ugo?
«Dopo Ugo niente più gatti. Per viltà, forse per egoismo. Ma ormai, anche se sono anziano, non voglio più sopportare il dolore per la perdita di un gatto, di un amico».
Cosa ama dei gatti?
«Hanno un’umanità un po’ speciale. Sono selvaggi e tenerissimi nello stesso tempo. Ugo poteva essere affettuosissimo ma era chiaro che ci teneva molto alla sua autonomia e alla sua indipendenza. I gatti sono mostruosi e familiari nello stesso tempo».
E i gatti del suo libro cosa ci raccontano?
«Ho fatto questo libro un po’ come una terapia personale dopo La Geometria e la Compassione. Ho selezionato quarantaquattro fotografie che li mostravano diversi, come sono: alcune raccontano i loro rapporti con le persone, altre il loro modo di muoversi nelle case, di attraversare il paesaggio. In qualche modo rappresentano le loro diverse personalità».
Ce n’è qualcuna a cui è più legato?
«Oltre a quella di Ugo contemplativo che guarda dalla finestra, ce n’è anche un’altra che amo molto: quella di alcuni gatti che saltano fra le grottesche di arenaria di una villa di Bagheria. È una foto che amo perché riguarda la mia gioventù. Ma amo moltissimo tutte quelle di Ugo, come quella dove dorme placidamente arrotolato in una mia vecchia giacca. È meraviglioso che quella giacca, che io amavo moltissimo, fosse poi diventata il letto di Ugo».

