Il fast fashion, la «moda veloce» che ci permette di cambiare abiti più spesso del dovuto inseguendo lo stile a basso costo, porta con sé una serie di domande che andrebbero affrontate con maggiore consapevolezza. Questioni etiche, innanzitutto, derivano dalle condizioni di lavoro nei Paesi di provenienza e dall’opportunità di dismettere abiti ancora nuovi, sostituendoli con altri nuovi, ma apparentemente più belli e alla moda. Questioni di sostenibilità, di conseguenza, e di inquinamento globaledi cui il fast fashion è uno dei principali motori.
Tutti temi che l’Unione Europea sta prendendo in considerazione seriamente, spingendo noi e l’industria della moda e in particolare quella del fast fashion verso scelte diverse. Rientra in questo percorso anche la nuova normativa a cui le imprese dovranno da oggi adeguarsi, e che prevede il divieto di distruggere i capi invenduti.
Quanto inquina il fast fashion?
La produzione tessile richiede l’utilizzo di molta acqua, oltre a terreni per la coltivazione del cotone e di altre fibre. Per realizzare una singola maglietta di cotonesecondo le stime, sono necessari 2.700 litri di acqua dolce sufficienti a soddisfare il fabbisogno idrico di una persona per 2,5 anni. Una singola t-shirt su un piatto della bilancia, una persona che ha accesso all’acqua per due anni dall’altra. Non a caso, secondo un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente del 2020, il settore tessile è stato la terza maggiore fonte di degrado idrico e di utilizzo del suolo.
Si stima che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20 per cento dell’inquinamento globale delle acque pulire, principalmente a causa del processo di tintura. Un singolo lavaggio di indumenti in poliestere può rilasciare 700 mila microfibra di plastica che può finire nella catena alimentare.
Ma non è solo la produzione a finire sotto accusa. Ci siamo anche noi e il nostro shopping: secondo un rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, gli acquisti di prodotti tessili nell’Ue nel 2022 hanno generato circa 355 kg di emissioni di CO2 pro capite, l’equivalente di 1.800 km percorsi da un’auto a benzina standard.
E poi c’è lo smaltimento delle migliaia e migliaia di magliette, pantaloni, gonne e accessori che nessuno vuole. Ogni anno in Europa, si stima che dal 4 al 9 per cento dei tessuti invenduti vengano distrutti prima ancora di essere indossati. Uno spreco gigantesco, ma anche una enorme fonte di inquinamento, che genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2quasi pari alle emissioni nette totali della Svezia nel 2021.
