Per lei, paradossalmente, il richiamo del mare aperto si è fatto sentire sulla terraferma. Cavallerizza provettahabituée del Jumping International di Monte-Carlo, per molto tempo ha frequentato le scuderie di Bois-le-Roi, vicino a Fontainebleau. Ricordiamo ancora il suo ingresso, a cavallo, durante la sfilata Chanel haute couture primavera-estate 2022.
Ma il cavallo, per lei, è ciò che la barca è per gli uomini della famiglia Grimaldi: una necessità, ma anche una lezione di vita. Nel corso della conversazione parliamo dell’amore per i cani di Elizabeth von Arnim, con cui la romanziera inglese appassionata di giardinaggio tampona le proprie ferite. Come lei, Charlotte possiede un bassotto. Ma è prima di tutto il cavallo che le insegna a vivere… e soprattutto a cadere. Il cane, questa «fabbrica di conforto, questo mostro di fedeltà», per usare le sue parole nel capitolo intitolato «Amour de chien», ci «concede una tregua dalla crepa. La sua fedeltà è una forza d’affetto sempre disponibile. Con il cavallo è completamente diverso. Pesa 600 chili, è più grande di te: non puoi imporgli la tua forza. Ma quando riesci a costruirci una relazione, nasce un sentimento di forza e di fiducia in sé stessi potentissimo. Sapendo che la prima cosa che impari è la caduta. Non perché l’hai scelta tu, ma perché lo ha deciso il cavallo», afferma con il tono vivace di chi sa bene di che cosa parla e che, nel tempo, deve aver collezionato capriole e ruzzoloni frequentando i paddock.
Saper cadere: forse, in fondo, è tutta qui l’idea del libro, che non pretende di guarire, ma di aiutare ad aprire gli occhi. Lontano dalle immagini di felicità made in Riviera che le vengono appiccicate addosso, Charlotte Casiraghi analizza le false illusioni del tempo, l’obbligo della felicità, esplora le zone grigie della maternità, parla di una bellezza che si incrina e ricorre alle parole della poetessa americana Maya Angelou, che ha persino portato con sé negli incontri negli ospedali con le adolescenti affette da anoressia. «Sono le parole e il dialogo che ci permettono di resistere», afferma.
Eppure, pagina dopo pagina, emerge qualcosa di sorprendentemente gioioso. Pensavo, furbo, di tirare in ballo il kintsugiquell’arte giapponese che ripara le ceramiche danneggiate rendendole, così, ancora più belle, ma l’analogia non funziona. L’obiettivo è più sottile, meno scontato, è «trovare flessibilità nello squilibrio, sapere piegarsi, rotolare mentre si cade, rialzarsi davanti agli altri senza arie da sconfitta e vittima». La sua autrice non ama l’amarezza né il risentimento, e preferisce quel «jolly spirit» – letteralmente: «Quella gaiezza stoica e ironica che rifiuta il pathos e fa dell’umorismo una forma di resistenza morale», che la romanziera britannica Elizabeth von Arnim si sforzava di coltivare con i suoi animali. La feluredice, non è per forza una frattura. Si tratta «di far stare insieme le cose, di riservare agli altri ea sé stessi la medesima attenzione che si ha nel trasportare un oggetto compromesso». E, in fondo, accettare sé stessi, con tutte le proprie imperfezioni, «senza erigere nulla a identità, territorio o rifugio». Charlotte Casiraghi è una politica?
