DopoManchester e Hangzhou, Chanel Mestieri d’Arte approda a New York. La maison ha scelto di sintonizzarsi con l’energia di una città che non è soltanto un luogo: è un ritmo, un battito irregolare che si incunea nelle vite di chi la attraversa. Scegli la sua metropolitana come quinta scenica per la nuova collezione significa abbracciare quell’energia imprevedibile che Gabrielle Chanel aveva intuito già nel 1931, quando la città – più del cinema che era venuta a incontrare – le restituì una rinnovata fiducia nel potere democratico del proprio stile.
È proprio da quella scintilla storica che Matthieu Blazynuovo direttore creativo della Maison, riparte per il suo debutto nella linea, costruendo una collezione che celebra un amore reciproco tra Parigi eManhattancouture e realismo urbano.
La metropolitana diventa metafora e palcoscenico, nucleo del fashion show ancora prima che la collezione venisse svelata grazie al cortometraggio realizzato da Michel Gondry – che vede protagonisti Margaret Qualley e A$AP Rocky – ma anche attraverso il giornale personalizzato di Chanel, La Gazzetta, con interviste a Blazy, profili degli artigiani della Maison d’Art, puzzle e non solo, che faceva parte dell’invito alla sfilata e ricorda i quotidiani distribuiti proprio nella metropolitana newyorkese.
Come affermato da Matthieu Blazy, quest’ultima è un luogo di passaggio che «appartiene a tutti», dagli studenti alle figure istituzionali, dove ogni incontro può trasformarsi in un frammento di racconto. Blazy coglie questa varietà come un materiale prezioso, costruendo una Galleria dei personaggi che sembrano emergere da un film collettivo. Socialite scintillanti e teenager, donne che pranzano nella Midtown d’epoca, ma anche nuove figure quasi mitologiche: il risultato è una narrazione non lineare che scivola dal 1920 al futuro prossimo, mescolando art déco e cultura popin cui ogni capo porta con sé un dettaglio segreto, una metamorfosi o un ribaltamento di significato. La flanella da operaio, ad esempio, diventa un tweed opulento, o ancora il «denim lingerie» spezza il confine tra intimità e quotidiano. Persino la flapper fa il suo ritorno in versione postmoderna, con un abito d’archivio anni Venti reinterpretato attraverso ricami di Lesage e frange di Lemarié.
