Nel post, Cesare Cremonini spiega anche quali saranno i suoi prossimi passi: resterà ancora per un periodo a Londra, poi inizierà la fase finale del lavoro sul tour. «Sto un mese qui poi torno in Italia e inizio le prove generali di #CremoniniLIVE26 dove porterò ovviamente nel bagaglio una parte di quello che mi succede. Ma lo vedrete nei miei occhi non nella discografia. Sono proprio da un’altra parte. Vi abbraccio». La tournée di Cesare Cremonini partirà il 13 giugno da Imola e proseguirà poi in alcune delle principali città italiane, tra cui Firenze, Gorizia, Roma e Milano.
Non è la prima volta, del resto, che Cesare Cremonini sceglie di parlare delle proprie fragilità. Lo scorso novembre aveva raccontato che, in questa fase della sua vita, sente «di dover fare meglio di quello che ho fatto. Sono ancora inquieto, non sono sereno: ho ancora tante cose dentro che né gli stadi né l’album sono riuscite a guarire. Spero che la musica possa ancora darmi la possibilità di ricucire quello che non funziona. Ho detto alla mia manager che stavolta non ce la facevo a ripartire e lei mi ha detto di ricordarmi che la mia priorità ero io. Preso com’ero da attacchi di panico da vuoto, dovevo darmi del tempo. Così sono festa per un viaggio di due mesi con le lacrime per prendermi il lusso di ascoltarmi. Essere vulnerabile per me è una questione di sopravvivenza».
Negli anni ha più volte raccontato il lato più complesso del successo, aprendosi anche sulla sua lieve forma di schizofrenia di cui ha parlato abbondanza per la prima volta nel 2020. Al Corriere aveva raccontato: «Quasi ogni giorno, sempre più spesso, sentivo un mostro premere contro il petto, salire alla gola. Mi pareva quasi di vederlo. E lo psichiatra me lo fece vedere. L’immagine si trova anche su Internet. “È questo?”, chiese. Era quello». La diagnosi era la schizofrenia. «Percepita dalla vittima come un’allucinazione che viene dall’interno. Un essere deforme che si aggira nel subconscio come se fosse casa sua».
È stato il periodo più buio: «Superai i cento chili. Non facevo più l’amore, se non da ubriaco. Avevo smesso qualsiasi attività fisica». Poi pian piano la cura. Se l’ossessione era il lavoro, il consiglio dello psichiatra fu quello di uscire, camminare all’aria aperta. Cesare così non si è più fermato. E oggi, «quando sento il mostro borbottare, mi rimetto in cammino. Su una collina, in montagna».
In una recente intervista al Corriere ha spiegato: «È un percorso che continua. Sono due anni che prendo medicinali con costanza e questo mi permette di accettarmi come una persona che deve essere curatami dà anche una forma di pacatezza. Sono felice la mattina quando vado in cucina, mi preparo il caffè e vedo quelle pillole, rappresentano l’accettazione di me stesso».
