Amore, realizzazione professionale, maternità… Pensa che la sua generazione sia ancora in qualche modo prigioniera di un percorso a tappe?
«Non è semplice distinguere fino in fondo ciò che nasce da un desiderio autentico da ciò che è stato interiorizzato come aspettativa esterna. Vivere in società implica inevitabilmente compromessi e influenze reciproche, e nessuno probabilmente può dirsi completamente “libero” in senso assoluto. Per quanto mi riguarda, posso dire di non essere infelice delle scelte che ho fatto: già questo è un elemento importante. Ma so anche che esistono molte altre possibilità e che, spesso, non siamo pienamente consapevoli di ciò che avremmo potuto essere in condizioni diverse. È un pensiero che può attraversare come una vertigine. Esiste un continuo compromesso tra ciò che desideriamo e ciò che il contesto rende possibile».
Eppure, la domanda più interessante resta che cosa desideriamo davvero? Qualcuno gliel’ha mai chiesto?
«Sì, e la risposta è piuttosto semplice: desidero restare libera il più a lungo possibile, per me e, in un senso più ampio, per tutti. E questo a prescindere dall’età. Ho l’impressione che la questione dell’età, così come viene spesso posta, finisca per trasformarsi in una forma di pressione costante, soprattutto sulle donne. Una sorta di griglia di aspettative che diventa sempre più difficile da sostenere. Ed è proprio questo aspetto che trovo problematico: l’idea che il tempo deve essere misurato più sulle tappe obbligate che sulle reali aspirazioni delle persone. È una logica che, alla lunga, può risultare opprimente e sempre meno accettabile».
La protagonista del suo film scopre di essere incinta ma non vuole questo bambino. Una donna che non desidera figli viene ancora giudicata male. Perché?
«Credo che questo tema rimandi a una contraddizione della nostra società: da un lato si afferma un principio di libertà, dall’altro sopravvivono schemi culturali molto radicati, che continuano a influenzare il giudizio sociale. Il fatto che una donna scelga di non avere figli viene ancora spesso interpretato attraverso categorie morali, come se si trattasse di una mancanza o di una forma di egoismo. In realtà si tratta semplicemente di una scelta personale, ma non sempre viene riconosciuta come racconto».
Perché questi stereotipi sono così difficili da superare?
«Per molto tempo, e in parte ancora oggi, la maggior parte dei modelli, delle narrazioni e degli sguardi dominanti è stata costruita all’interno di una prospettiva maschile. E questo contribuisce a mantenere vivi certi automatismi di giudizio. Finché lo sguardo che definisce ciò che è “normale” o “accettabile” resterà legato a schemi così consolidati, sarà difficile che questi stereotipi si dissolvano completamente».
