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    Fashion

    Per chi ci prepariamo? Vestirsi, truccarsi e lanciare un ultimo sguardo allo specchio prima di uscire di casa: il nostro aspetto esteriore coincide sempre con l’immagine che abbiamo di noi stessi?

    redazioneBy redazioneNovember 29, 2025
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    Perché passiamo tanto tempo a prepararci, e poi l’effetto che vogliamo ottenere è quella che definisce «una certa dimenticanza di sé», un look che sembri creato senza sforzo?
    «Questa idea di naturalezza è sintomo di tante cose, di una intelligenza, di una capacità di saper cosa va bene per noi, quindi non dover studiare chi siamo, ma di saperlo e basta. Le è ragazza sono tali perché sono tutt’uno con il loro stile. È da poco uscito un libro su Jane Birkin, intitolato proprio It Girl. La Birkin ci piace perché abbiamo la sensazione che sapesse esattamente come vestirsi, è quello il segno di chi detta la moda, non la subisce, credo sia questo rapporto di inversione a piacerci».

    In realtà lo stile non è innato, ma si crea, si evolve insieme alla nostra personalità, è d’accordo?
    «Sì, è frutto di una ricerca, di un savoir fairedi una competenza, di una conoscenza, che sono il risultato di un lavoro. Chiaramente rispetto al femminile, questo tipo di conoscenza e di competenza, per quanto sia da una parte richiesta, d’altro lato espone al giudizio di frivolezza o di artificialità. Pensiamo, per esempio, al nostro rapporto con la chirurgia estetica, sempre più presente nelle vite di molte, eppure raramente rivelata, più spesso tenuta nascosta quando vi si ricorre. Credo che sia proprio legato al fatto che consideriamo le apparenze sempre qualcosa di molto superficiale, quindi anche la competenza in quella direzione è qualcosa che culturalmente e storicamente è sempre stata guardata con diffidenza da chi deteneva il potere, cioè gli uomini. Siamo vittime di pregiudizi che noi stessi portiamo avanti e riproduciamo».

    In conclusione, la moda può essere divertimento e performance e non conformismo a standard messi lì per farci sentire fuori posto? Può ancora essere una forma di espressione libera e autentica di sé?
    «Secondo me è un rapporto molto personale e identitario quello che abbiamo con i vestiti, con il modo in cui ci presentiamo quotidianamente. Quello che indossiamo a volte ci fa stare sentire molto bene, ci fa sentire molto noi, e questo non è mai legato a un trend, ma lo è al rapporto fisico con l’oggetto, a quelli che sono i significati culturali che sono insiti in certi capi di abbigliamento, è l’aspetto gratuito della moda. Penso che ognuno e ognuno di noi ricordi un capo di abbigliamento che in un certo senso ha fatto risvegliare degli aspetti che non conosceva o aveva dimenticato. In questa negoziazione tra espressione personale ed espressione sociale, c’è sempre uno spazio in cui noi diciamo «io», lo diciamo al mondo e lo diciamo solo secondo le nostre regole».

    C’è un indumento, un accessorio che la fa sentire più sé stessa?
    «C’è un vestito che cito anche nel libro, comprato un giorno di corsa a Roma per accompagnare un’amica a una presentazione. È un vestito molto semplice, in raso color ruggine, ma sento che è come se fosse stato disegnato per me. Quando lo indosso mi sento diversa, come se indossandolo dischiudessi un aspetto di me di cui prima non ero del tutto consapevole».

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