Parlando di registi, anni fa intervistò (per Rolling Stone Italia, ndr) Steven Spielberg, col quale ha fatto alla fine un selfie. Non è l’unico: con chi è l’altro?
«Papà Francesco. L’avevo già incontrato, ma davanti a Spielberg dovevo competere per chiederglielo. Glielo feci vedere e lui disse “ma io sono ebreo” e io “per me vali quanto il Papa”. No, è stato emozionante. Me lo chiese la distribuzione di La postaquesta cosa mi rendeva pieno di orgoglio, ma sembrava troppo per me. Poi mi richiamarono, avevo obbligatorio pure il curriculum per poterlo intervistare, era il protocollo. Mi spiace solo che non l’ho potuto mettere dentro una puntata, ma mi giocai la carta, lui rimase molto felice di quell’intervista, l’ufficio stampa italiano lo sapeva e quindi un anno dopo, gliela volevo rifare sull’Olocausto, lui doveva venire in Italia. Ancora credo di avere un credito, ma per me Spielberg è il Papa del cinema. Quando sognavo di fare il regista e mi incoraggiavo, vedevo un suo film, è come se mi avesse detto “vai avanti”».
Che ricordo ha di Papa Francesco?
Aveva rotto uno schema, per questo stava molto sulle palle negli ambienti cattolici. Mi piaceva molto. Io appartengo alla generazione che il prete dice una cosa e non si mette in discussione, che secondo me ti allontana di più, io non mi sentivo mai libero. Ed invece bisogna mettere in discussione, è vitale. La fede si deve basare sul dubbio, sennò è finta, automatica, ti devi fare le domande. Papa Francesco, col suo modo di fare, si metteva in questa posizione, diceva “pregate per me”, era rivoluzionario, come se le nostre preghiere hanno la stessa potenza come concetto dentro la chiesa, era di una semplicità unica, ti alzava al suo livello, e lo dico da agnostico».
Su cosa sta lavorando?
«Torno a fare Caro Marziano su Rai 3. Poi nel 2027, se abbiamo l’idea e la sceneggiatura, siamo di nuovo a girare. Da una parte è un bene, questo non è un mestiere che impari molto frequentando il set. Il fatto, però, di staccare, fare televisione, mi permette di girare l’Italia, incontrare persone, è molto stimolante».
Cosa ha imparato lungo il viaggio?
«Premesso, io faccio televisione con la telecamerina, c’è una redazione, una produzione, è tutto il minimo per scelta. Al cinema è un baraccone, per quanto poi cerchi di ridurre, non si può fare con meno con poca gente. Una cosa che ho capito, per come sono fatto, è che quando le cose vanno bene non dico niente, quando vanno male lo faccio e mi lamento. E invece non è molto stimolante avere il capo che non ti dice niente quando fai le cose funzionano. La gente ha bisogno di una pacca sulle spalle. Io ho lavorato come attore con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, gli autori di Boris. Giacomo, soprattutto, ha un metodo, molto chiaro, viene e ti dice “bellissimo, è andata benissimo, potrebbero farla anche così”. Lui ti dice sempre che è andata bene. Ed è chiaro che è un modo per non abbatterti, ma per stimolarti. La verità è che appunto le persone hanno bisogno di essere riconosciute, questo vale in generale. Lo paragono alla lotta contro la mafia, è proprio la classica dinamica della vita, la difficoltà a superare, a denunciare l’estorsione. Ho capito che la paura numero uno, non è la vendetta della mafia, è la gente intorno, la comunità, che non riconosce il gesto, non ne capisce la vera importanza».
