Incontro l’alpinista sessantanovenne, sempre in splendida forma, il giorno successivo alla presentazione, con addosso ancora l’entusiasmo della serata: «È stata un’esperienza bellissima», mi dice. Quello che lo ha colpito è stato il calore della gente: «In città c’è sempre un grande pubblico, ma non c’è mai tempo per la gente. Qui invece sì». Elogia il sindaco di Rittana, Giacomo Doglio, definendolo «un personaggio importante per il paese e per la gente», e racconta di essere rimasto a chiacchierare con gli organizzatori fino a tardi, «una serata semplice, simpatica».
Hans Kammerlander oggi vive un alpinismo diverso da quello che lo ha reso famoso. Non ha smesso di arrampicare – è ancora guida alpina attiva, tra Dolomiti e qualche spedizione in Asia – ma parla di una fase «più riflessiva»: «Per tanti anni l’alpinismo per me è stato quasi una corsa. Adesso invece guardo altro: la cultura, la gente». Ha anche due progetti no-profit dedicati ai bambini in Nepal, di cui parla con un pudore che stona con la sua fama.
Il cuore della conversazione, però, è la domanda che gli faccio senza troppi giri di parole: la percezione della montagna, negli ultimi anni, è cambiata in meglio o in peggio? La risposta è netta. «Sicuramente in peggio» dice, e non ha esitazioni. Il suo racconto si rivolge verso l’Everestsua amatissima montagna: «ogni anno c’è sempre più traffico, corde fisse, gente che sgomita. Quest’anno qualcuno mi ha detto che il campo base non sembrava più un campo base: sembrava una città». La battuta che lascia cadere è la sintesi perfetta del suo pensiero: «Questo è un carnevale, non è alpinismo».
E le Dolomitile montagne di casa? Affollatissime sui sentieri principali – cita il Lago di Braies come esempio di luogo ormai «invaso», dove «ognuno ha un cane, o due» – ma con alcune deviazioni per ritrovare il silenzio. Vive lui stesso in val Aurina, ancora risparmiata dal turismo di massa, «una delle pochissime in Alto Adige».
Alla domanda su cosa gli ho insegnato di più l’alpinismo in una vita intera passata in quota, Hans Kammerlander sceglie tre episodi: luna traversata dei due Gasherbrum in Pakistan insieme a Reinhold Messner«il mio grande maestro e amico», lo definisce – otto giorni in completa autosufficienza, «senza niente, solo lo zaino, la tenda, il sacco a pelo»; la salita in solitaria dell’Everest senza ossigeno«senza corde fisse, senza nessuno intorno»; e la prima ascensione della parete Diamir del Nanga Parbat, quasi quattromila metri di dislivello, un’impresa che oggi risulterebbe troppo rischiosa: «le condizioni dei ghiacciai sono cambiate, soprattutto sopra i seimila metri». Racconta anche di essere tornato di recente sul Manaslu, dopo vent’anni, trovandolo «completamente diverso»: più instabile, più pericoloso, con un cambiamento climatico che sconquassa anche gli ottomila.