«Se l’intelligenza artificiale viene progettato dagli uomini si rischia di perpetuare gli stereotipi». Ninell Sobiecka, presidente e amministratrice delegata di L’Oréal Italiaè convintissima che sia ancora necessaria una spinta «per conquistare la parità di genere nella ricerca scientifica e favorire così il progresso di tutta la società». Ed è per questo che il Premio L’Oréal-UNESCO «Per le donne nella scienza» Young Talents Italiasupporta (con un contributo economico di 20mila euro ciascuna) sei ricercatrici italiane perché possano portare avanti le loro indagini, siano nell’astrofisica, nella medicina molecolare, nelle tecnologie quantistiche o in chissà quali altre discipline scientifiche.
Ad aggiudicarsi il premio, quest’anno, c’è anche Lucrezia Laccetti, botanica specializzata nello studio dell’adattamento delle piante agli ambienti estremi. La sua attività di ricerca, svolta al Dipartimento di Biologia dell’Università Federico II, si concentra sui meccanismi ecologici e genetici che regolano le interazioni tra piante e insetti e sulla capacità delle specie vegetali di adattarsi ai cambiamenti ambientali.
L’intervista a Lucrezia Laccetti, botanica
Quando sentiamo parlare di cambiamento climatico consideriamo quasi sempre agli animali o agli esseri umani. Ma che cosa succede alle piante?
«Le piante sono tra le prime a risentire dei cambiamenti climatici, ma spesso in modo silenzioso e invisibile ai più. Stiamo già osservando gli spostamenti delle aree di distribuzione di molte specie verso citate più elevate o latitudini più settentrionali, come risposta diretta all’aumento delle temperature. Stiamo vedendo anticipi nella fioritura che non sempre coincide con la presenza degli insetti impollinatori, compromettendo la capacità delle piante di riprodursi. E stiamo assistendo alla scomparsa locale di specie che non riescono ad adattarsi abbastanza in fretta. Nel Mediterraneo, alcune specie endemiche, che vivono cioè solo in aree molto ristrette, sono particolarmente vulnerabili: quando il loro habitat cambia, non hanno la possibilità di spostarsi altrove e la loro sopravvivenza è sempre più a rischio».
Qual è la cosa più sorprendente che le piante le hanno insegnato sulla capacità di resistere? C’è qualcosa che gli esseri umani potrebbero imparare da loro su come affrontare le crisi?
«Le piante mi hanno insegnato che la resilienza non è rigidità, ma flessibilità. Alcune specie riescono a modificare la propria biologia, i tempi di fioritura, la forma delle foglie, persino la composizione chimica dei loro profumi, in risposta a condizioni ambientali che cambiano. È una forma di adattamento silenzioso ma straordinariamente efficace. Se c’è una lezione per noi esseri umani, è proprio questa: la capacità di cambiare senza perdere la propria identità è la vera forza di fronte alle crisi».
Il suo progetto studia come le piante reagiscono ai rapidi cambiamenti nelle comunità di insetti. Qual è la domanda fondamentale a cui sta cercando di rispondere?
«La domanda centrale del mio progetto è: quanto velocemente le piante riescono ad adattare il proprio “linguaggio”, i segnali chimici, visivi e olfattivi con cui comunicano con gli insetti? Quando le comunità di impollinatori cambiano per effetto del clima? Sono urgenti domande, perché da questa capacità di adattamento dipende la sopravvivenza di molte specie vegetali e, con essa, di interi ecosistemi».
