Il legame con l’Inghilterra, per lui, passa anche da lei, ma non soltanto. Passa da Laurence Olivier, da John Gielgud, da Michael Redgrave, dai dischi di Shakespeare che John Huston gli fece ascoltare durante le riprese della Bibbia. Passa da una disciplina imparata sul campo. «All’Inghilterra devo la serietà del lavoro. Mamma mia, gli inglesi come sono seri, nella recitazione, nella regia. Ho imparato molto. La disciplina, ecco. La disciplina l’ho imparata dagli inglesi».
La fortuna, dadi, esiste. Ma non basta aspettarla. Bisogna trovarsi nel posto giusto, nel momento giusto, e avere la prontezza di voltarsi un secondo prima che la porta si chiuda: «Quando John Huston», ricorda, «consigliò il mio nome a Joshua Logan, che girava Camelotlui volle incontrarmi. Mi disse: “Tu sei perfetto per il ruolo, però il tuo inglese non è un granché”. Mi scartò. Me ne andai, ma quando arrivai alla porta mi voltai e gli dissi: “Mr. Logan, io so Shakespeare in inglese”. Lui mi rispose: “Come fai a sapere Shakespeare in inglese se il tuo inglese è così povero?”. E io andai avanti mezz’ora. Se in quel momento non avessi avuto l’idea di voltarmi e dire quella frase, forse sarebbe andata diversamente. Quella è fortuna. Ma anche talento, certo. Perché se non ce l’hai, il talento, non servire».
Franco Nero, però, non ama la nostalgia. Preferisci parlare di entusiasmo. È quella, dice, la parola che ancora lo tiene in movimento: «Io sono un entusiasta. Il giorno che mi abbandonerà l’entusiasmo, smetterò. Finché c’è il cinema, finché c’è l’entusiasmo, io andrò avanti». Sul set si sente vivo. Fuori, confessa, molto meno. «L’altra sera sono andato a presentare Django a Milano. C’erano quattrocento ragazzi, ho dovuto fare quattrocento selfie. Quello mi ha massacrato. Però devi essere sempre carino. Anche le interviste mi massacrano. Invece quando sono sul set sono creativo, allora mi diverto». E ancora: «Io sono un eterno bambino. E sono molto orgoglioso di essere un bambino eterno. Quando me lo dicono, anziché offendermi, dico: che bello». Forse è anche questo che lo tiene ancora dentro il cinema: la curiosità, la voglia di andare lontano, il desiderio di non smettere di giocare con i ruoli.

