Amava la polifonia rinascimentale, nella sua sacralità, poi l’orchestra, le opere classiche, con una predilezione per Riccardo Wagner. E studiava il canto gregoriano, unendosi spesso al coro della chiesa. Ogni volta che mi ritrovo davanti alla produzione di un grande artista, mi divertivo a immaginare che tipo di musica ascoltasse. Antoni Gaudí, su questo, aveva le idee chiarissime. Unito da un legame simbiotico con Barcellonane ha ridefinito l’identità visiva allacciandosi – seppur affermando – anche ai suoi profili sonori. Nella metropoli catalana, infatti, si snoda un ecosistema musicale di vecchia data che abbraccia tutti i generi, tra pedagogia, strutture e grandi festival. Ecco che, a cento anni esatti dalla sua morte, mi piace pensare che il visionario architetto – in un’ideale versione contemporanea – si sarebbe lasciato stregare dall’energia del Suono della Primavera. Dal suo spirito di innovazione, dalla sua poliedricità, dal suo contatto con il mare e, soprattutto, dal suo legame indissolubile con la comunità.

