Veronica Yoko Plebani ha 30 anni e da sempre rifiuta l’idea di scegliere un solo modo di stare al mondo. Atleta paralimpica, ha conquistato il bronzo ai Giochi di Tokyo 2020 e l’argento a Parigi 2024, dopo aver già rappresentato l’Italia anche nello snowboard e nella canoa. A soli 15 anni, una meningite fulminante cambia radicalmente la sua vita. Sopravvive, anzi, vive e lo fa tornando quasi subito a fare quello che sente più naturale: esplorare e mettersi alla prova. Da allora lo sport è diventato il suo linguaggio, ma anche uno spazio di trasformazione, libertà e relazione con gli altri. Oggi Veronica Yoko Plebani continua a sperimentare discipline diverse, dal surf al nuoto in acque libere, con la stessa curiosità con cui osserva il mondo. E proprio il mare è al centro della sua ultima sfida: ha appena partecipato in Sicilia a «Fit for the Ocean Challenge», il progetto internazionale promosso da Sea Shepherd Global e Arena, nuotando per quattro giorni per sensibilizzare sulla tutela degli oceani e raccogliere fondi a sostegno della causa ambientale. Ci ha raccontato il rapporto con il suo nome e con l’acqua, la bellezza dei traguardi che sta nel percorso, il valore della rappresentazione nello sport e nella moda e il bisogno di custodire il proprio quotidiano anche dentro una vita in continuo movimento. Tra orti, gatti, vissuti sociali con distanza e sogni che cambiano continuamente forma, emerge il ritratto di una donna che continua a reinventarsi.
Ho cercato il significato del nome «Yoko» in giapponese e ho trovato interpretazioni come «figlia del sole», «figlia dell’oceano» o «bambina buona».
«Da quando sono piccola mi raccontano i significati di Yoko, quindi mi sono anche un po’ formata su di loro. Mi ci ritrovo molto: è un nome diffuso in Giappone, soprattutto tra le bambine che nascono in primavera. Non a caso sono molto sensibile al cambio di stagione, che mi rende più solare e felice».
A proposito di «figlia dell’oceano»: di recente è stata in Sicilia per partecipare a Fit for the Ocean Challenge, progetto promosso da Sea Shepherd Global. Com’è stata questa esperienza?
«Ho sempre seguito con ammirazione il lavoro dell’associazione Sea Shepherd, sono diventata vegana nel 2014 e mi è sempre stato a cuore il tema della salvaguardia dell’ambiente, del mare e della fauna marina. Potermi dedicare alla causa facendo quello che so fare meglio è stato molto speciale. Non mi ero mai posta una sfida di questa lunghezza in acque libere, poi maggio può essere difficile come mese per il clima: non tutte le giornate sono favorevoli per nuotare. È stato bellissimo e ti fa rendere conto dell’importanza di proteggere l’acqua, che è un elemento in cui mi trovo a mio agio: per me stare in acqua è una delle cose più belle della vita. Spero ci siano sempre più occasioni».

