«Siamo abituati a leggere l’abbigliamento in modo superficiale: elegante, casual, trendy, minimal. Il Vestire il codice emozionaleinvece, osserva il modo in cui emozioni, corpo e identità si manifestano attraverso l’abito perché ogni persona costruisce inconsapevolmente un proprio codice visivo. Un capo, infatti, modifica postura, energia, movimento, percezione di sé e relazione con gli altri. Da qui nasce anche il mio concetto di couture mentale: l’idea che il look non lavori soltanto sul corpo ma sulla mente come una sorta di architettura emotiva indossabile», spiega Mazzoleni.
Il Abito Emozionale code, dunque, è una risposta di stile per chi è alla ricerca di un equilibrio in questa società frenetica che chiede sempre di più in tempi di performance?
«Mai come oggi le persone si sentono scollegate dalla propria immagine. Il mio metodo nasce da questo mancata corrispondenza identitario, quando ciò che indossi non racconta più chi sei ed è costruito attorno ad una sorta di Ikigai (termine giapponese che può essere tradotto letteralmente come scopo, ragione di vita, ndr.) a quattro petali da cui derivano gli altrittanti codici emozionali che mettiamo in atto ogni volta che ci vestiamo, spesso senza rendercene conto.
Ciao ciao dopaminaquesto è il momento del medicazione al cortisolo, tendenza tra moda e benessere, popolare sui social, che consiste nello scegliere abiti pensati in palette delicati e tessuti morbidi capaci di ridurre i livelli di stress e facilitare una sensazione di calma e comfort fisico. E chi dice di non averne bisogno, mente
Quali sono questi codici?
«C’è quello Emotivo, quando ci vestiamo per sentire sicurezza, protezione, energia, coraggio; quello Espressivo, quando l’abito racconta identità e personalità; l’Armonico, quando usiamo inconsapevolmente colori, forme e texture per riequilibrarci e quello Strategico, quando ci vestiamo per funzionare meglio in un contesto, sentirci credibili, autorevoli. La parte interessante è proprio scoprire quale codice domina le nostre scelte. Per questo parto dalla persona e non dall’armadio perché dietro un “non so cosa mettermi” molto spesso non c’è un problema di stile ma qualcosa che chiede di essere ascoltato, compreso e riallineato».


