«Cammino a braccetto con la morte, per le mie battaglie». Juma Xipaiala prima donna alla guida della regione del Medio Xingu (nel 2016, quando aveva ventiquattro anni), attivista indigena brasiliana, leader del popolo Xipayaci parla dalla sua casa protetta in una località del Brasile.
Sopravvissuta a sei attentati contro la sua vita, fondatrice dell’Instituto Juma, madre di quattro figli, l’attivista è al centro del film Yanunidiretto da Richard Ladkani, coprodotto da Leonardo Di Caprio.
Il lungometraggio, potente e affascinante, sull’esistenza pubblica e in parte privata di Juma, con un finale speranzoso, viene proiettato sabato 6 giugno alle 15,30 al Cinema Massimo di Torino per la 29° edizione di CinemaAmbienteil festival di documentari ambientali diretto da Lia Furxhi e organizzato dal Museo Nazionale del Cinema.
Juma, pensa mai alla morte, per le sue lotte a favore del «polmone del mondo»?
«Ci penso ogni giorno. Ricordo una volta, in un ristorante. La mia guardia del corpo riconobbe un uomo che era stato violento con me nel 2019, un sostenitore di Bolsonaro. I suoi occhi volevano uccidermi. Cerco di stare attenta, di non uscire mai senza un bodyguard. Con il mio Istituto raccogliamo anche fondi per la mia sicurezza. Non posso proteggere il mio territorio, la foresta, l’Amazzonia, il clima se io stesso non sono protetto».
Qual è il suo stato d’animo?
«Non ho paura. Continuo a lottare, nonostante le minacce. Non ho mai ceduto né alla corruzione né alle pressioni esterne da parte dei gruppi economici che vorrebbero sfruttare l’Amazzonia né al maschilismo. Sono nata in una comunità in cui i capi erano solamente uomini. Pure i leader religiosi mi hanno ostacolata. È stato molto difficile. Sono stata la prima donna a guidare il mio popolo, ma già mia nonna e mia madre lo facevano, di fatto. Sono diventata attivista a tredici anni e lo sono sempre stata, fin da quando ero nel ventre materno. Lottare per il futuro è la mia principale motivazione, lottare per le nuove generazioni».
