Questo articolo è pubblicato sul numero 22-23 di Vanity Fair in edicola fino al 2 giugno 2026.
Il re sembra essere ancora più nudo di prima. Si sapeva che il mondo dell’arte contemporanea un po’ se la diceva e se la cantava da solo, ma il caos che è esploso alla Biennale Arte quest’anno ha portato tutti i nodi al pettine. Prima la giuria che si dimette in blocco. Niente Leoni a nessuno. Poi la Biennale che corre ai ripari e saggiamente decide che allora e finalmente i premi li darà il pubblico, ovvero la gente a cui la Biennale dovrebbe essere destinata. Invece no. Centinaia di artisti e alcuni padiglioni nazionali firmano una dichiarazione in cui, nel caso gli venga assegnato, rifiuteranno qualsiasi premio del pubblico. Come a conferma che il mondo dell’arte è una setta chiusa dove solo gli adepti possono decidere cosa vale o cosa non vale a livello artistico. Il pubblico e il suo giudizio possono andare a ramengo. Per questa la voce di Jeremy Deller (Venezia, Palazzo Querini a Ca’ Dala, fino al 19 luglio) è una rarità. Per lui la gente, il pubblico e le sue reazioni sono tutto. Sono il motivo per cui fa arte e per cui cambia costantemente la sua arte per condividere con la gente il tempo in cui viviamo. E non stiamo parlando di un povero deluso sognatore. Parliamo di uno che ha vinto il prestigioso Turner Prize del museo Tate. Uno che ha avuto il padiglione della Gran Bretagna proprio alla Biennale. Tutt’altro che uno sprovveduto. Eppure, lui delle strategie e del club esclusivo del mondo dell’arte se ne frega. Gli basta appendere su un’altana di un palazzo a Venezia uno striscione tipo pubblicità che dice Il ronzio costante di un droneil rumore costante di un drone. Ovvero: siamo così abituati ai conflitti di tutti i tipi che non sentiamo nemmeno più il rumore dei droni che da un momento all’altro potrebbero colpirci. I droni di Deller non sono solo quelli reali ma anche quelli mentali, morali, sociali, culturali. I droni invisibili che volano dovunque, pronti a distruggere la quotidianità di ognuno di noi. Nei social, nelle fake news, nella pubblicità. Una semplice frase scritta in alto sopra le case, che tutti possono leggere, per raccontarci in un attimo, semplicemente, la nostra condizione umana attuale. Se questo non è ciò che l’arte dovrebbe fare, allora a che servire l’arte?
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