UNlla Piscina Cozzi di Milanoluogo iconico dell’architettura sportiva cittadina, durante la Milano Design Week il tempo sembrerà cambiare ritmo e trasformarsi in esperienza. È qui che prende vita INSIEMEla mostra inserita nel progetto Archivio Italia di Fiera della Vanità: un percorso che intreccia design, artigianato e cultura del fare, restituendo centralità alla relazione tra persone, oggetti e spazi. In questo scenario si inserisce Dumarnome d’arte di Mattia Del Moro (andata a sentirvi l’album Appuntamento: ne vale la pena), produttore e artista italiano che dalla nu-disco arriva fino a un immaginario sonoro personale fatto di Italo disco, piano house e suggestioni mediterranee. Con il suo motto «Ritmo! Ritmo!» porta nella mostra un intervento musicale pensato come dialogo diretto con l’architettura e l’atmosfera del luogo, trasformando la piscina in un mondo emotivo sospeso tra suono e visione.
Il progetto Archivio Italia celebrare l’artigianato.
«Sì. Già durante il sopralluogo è emersa proprio l’idea del processo, del fatto di mettere in luce tutto il necessario per raggiungere il risultato da apprezzare, guardare e ammirare. Un aspetto coincidente col mio approccio musicale».
Cioè?
«Mi ha sempre affascinato di più il processo del fare musica rispetto al raggiungimento dell’obiettivo finale».
Possiamo definirla un artigiano del suono?
«Sicuramente sì. Ho fatto vari passaggi prima di arrivare a questa consapevolezza. Anche relativamente al lavoro».
Che cosa intendi dire?
«Sono più in studio e meno sui palcoscenici. Seguo meno cose da artista, facendo musica con e per altri, gestendo anche il suono. Ed è lì che si nasconde l’aspetto artigianale della musica stessa».
Ma si riesce ad essere artigianale anche nel 2026?
«Oggi la tecnologia permette di fare praticamente un album intero con un iPhone, ma allo stesso tempo la musica è il frutto di conoscenze tecniche. Più ci si approccia a queste cose, più si entra nel mondo del design e dell’artigianato. Ho cercato di unire questi aspetti cercando di valorizzarli. C’è anche un’esteriorità installativa interessante».
Quale?
«La mostra prende luogo nel piano -1 della piscina Cozzi, spazio non visitabile di solito. Erano le docce comunali. E sono caratterizzate dalle divisioni tipiche degli spogliatoi. L’esposizione mantiene la suddivisione in sei spazi. Ho sviluppato un impianto sonoro con una fonte di suoni per ogni luogo: l’idea è farli percepire nell’insieme. Via via che i visitatori si spostano sinfonicamente si percepiscono gli elementi singoli».
Questo evento valorizza anche le persone.
«Nella musica è sempre coinvolto l’ascolto, fondamentale per valorizzare le persone e per spostare l’attenzione sui singoli individui che compongono un insieme. La musica ci insegna – più che a fare sentire la nostra presenza – a incamerare il contatto di qualcun altro dentro di noi. E questo può succedere in una mostra o in un concerto. Senza l’ascolto non ci possiamo accorgere delle persone. Soprattutto in quest’epoca molto autoreferenziale, egocentrica».
