Per Maria è sempre stato così naturale dormire con un gatto che a volte mi dava sui nervi quel suo modo di dare per scontato questa cosa preziosa che io avevo sognato per tutta la mia infanzia. Non si rendeva conto del regalo immenso che le era stato fatto? Quando lo scacciava perché non aveva voglia di averlo addosso, mi arrabbiavo come se avesse mancato di rispetto a un parente anziano.
Ma non sono stata del tutto onesta finora. Lo chiamo Foxino, ma il suo nome è sempre stato oggetto di polemica e gioco, di infinite variazioni che a scriverle tutte ci fanno sembrare un branco di scemi, il suo nome è il capitolo principale del nostro lessico famigliare. In principio fu Foxino, ma nell’ultimo periodo della sua vita è stato soprattutto Volpini, troncato spesso in Volpe. È stato anche Polvo, Astolfo, Rossini, Ruffini, Ruffianetti, Monsieur de Rossignac, Sagomone da Todi, Leoncini, Brad Pitt, Rombon. Ce ne sarebbero ancora molti altri, però ora devo fermarmi perché inizio a vergognarmi sul serio.
Maria ha imparato subito questo gioco. In ogni suo disegno dal nido in poi, c’è sempre un gatto rosso vicino a noi, davanti o accanto alla casa quadrata con il tetto triangolare, in ogni momento della sua infanzia lui è stato una presenza calma e solida, e anche un po’ magica. In seconda elementare, per la fine del laboratorio d’arte, Maria ha deciso di creare una scultura che rappresentava Foxino: due scatoloni attaccati uno sopra l’altro, il muso e il corpo, i baffi disegnati, gli occhi due bottoni. Tra tutti i suoi lavori, questo è uno dei pochi che non è stato buttato nella spazzatura di nascosto. L’installazione di Foxino resterà per sempre nella nostra casa. Quando Foxino se n’è andato, è stato come perdere un parente, un grande amico, un vero amore. Il giorno dopo la sua scomparsa, Maria ha sistemato la sua installazione sopra la poltrona dove Foxino ha passato le ultime settimane della sua vita, e sotto ci ha messo un foglio che riportava le date di nascita e di morte, e tutti i nomi con cui lo avevamo chiamato in quasi diciassette anni insieme. Ci siamo abbracciati. Davanti a quelle due scatole di cartone montate una sull’altra, siamo scoppiati tutti a piangere.

