Prima del malva, il colore era sinonimo di status. Il viola, nello specifico, era riservato a imperatori e vescovi perché raro e costoso da produrre. Dopo il malva, il colore è diventato industriale, riproducibile e democratico. Ciò che oggi appare come una sfumatura delicata, un tempo ha simboleggiato una nuova era di autoespressione. Comprendere, dunque, questa sfumatura significa comprendere come cultura, industria e identità si intrecciano.
A sancire un passaggio epocale per la storia modaiola di questo colore è stata la regina Vittoria, influencer ante-litteram, che nel 1858 al matrimonio di sua figlia si presenta con un abito insolito tinto con la maveina: quel viola particolare, polveroso, vicino al rosa, lascia il segno. Tutte le regine si sono vestite, fin dall’alba dei tempi, dei colori più sfarzosi. Però, mentre in epoca romana la porpora stabiliva una distanza tra la regalità e il volgo, quando la regina Vittoria veste di malva impone una vicinanza. Sta dicendo a tutte le donne: il destino venga a me.
Scoppia la moda: la tinta conquista il mercatosia dell’abbigliamento, sia dell’arredamento per interni. All’inizio degli anni ’60 dell’Ottocento, i giornali scrivono di una vera e propria «mania della malva»che prosegue anche nel decennio successivo.
La malva sintetica di Perkin è, finalmente, economica e se ne possono produrre quantitativi potenzialmente infiniti. Il colore moderno chiede di essere copiato; alla base del governo della società di massa, almeno all’apparenza, c’è il consenso, accolto e promosso anche dai reali. Ieri, vieni oggi.


