Califano ha scritto brani importanti per donne come Mia Martini e Ornella Vanoni, però era anche un grande Don Giovanni.
«Non si possono scindere queste due parti, è impossibile. A volte, cantando le sue canzoni, mi emoziono, soprattutto con brani come “Io non piango” oppure “La mia libertà”. Sono poesie, ma carnali. È difficile separare il lato poetico da quello sensuale, perché le donne le ha amate, le ha celebrate. Sì, era un Don Giovanni, però era un uomo estremamente generoso e affettuoso. E sicuramente il fatto che fosse un po’ un cane sciolto, come amava dire lui, lo rendeva imprendibile. C’è un romanticismo che viene fuori da tutti i suoi brani, anche da quelli più ironici. Io non credo fino in fondo al suo cinismo: secondo me era una corazza per non soffrire».
Claudia Gerini avrebbe potuto innamorarsi di Franco Califano?
«Assolutamente sì. Era di una bellezza e di un’eleganza che mi ricordava gli attori hollywoodiani. Un po’ zingaro, un po’ maledetto, ma in fondo un tenerone».
Rimanendo in tema di musica, visto che siamo nella settimana santa di Sanremo, lei che è stata una delle prime co-conduttrici nel 2003 al fianco di Pippo Baudo, che ricordi ha?
«Intanto ricordo che c’era Pippo e che ci chiamavano “le svallettate”, perché avevamo superato il ruolo della valletta ed eravamo parte integrante dello spettacolo. C’erano dei mini-show, io e Serena Autieri abbiamo cantato con tutti i big, ho fatto veramente di tutto: ho suonato il basso con i Negrita, ho ballato il tango, ho recitato pezzi comici… Ho un ricordo bellissimo, insieme alla grande fatica, perché non si dormiva mai. Pippo era davvero inarrestabile: era l’ultimo ad andare via e il primo ad arrivare, non so come facesse. Ero ammirata dalla sua energia. Ai tempi andavamo anche al Dopofestival, si facevano le tre e alle otto eravamo di nuovo in piedi tra trucco e parrucco per la conferenza stampa del mattino. L’ultimo giorno mi venne un febbrone, mi fecero una puntura e via».
Cinque serate, cinque stilisti diversi…
«Il grandissimo Giorgio Armani voleva vestirmi tutte e cinque le serate, ma io ho un po’ disubbidito perché avevo voglia di spaziare. Da Ungaro a Prada, da Gucci a Yves Saint Laurent e Chanel. Ricordo che con la mia stilista andai a Parigi, all’indirizzo storico di Chanel, e ci aprirono tutti gli archivi: ero felice come una bambina alla sua festa».
A proposito di gioia, riesci ancora a divertirti al cinema?
«Ma certo, tantissimo. Nonostante abbia iniziato giovanissima, a 15 anni, sono cresciuta con il pubblico che a sua volta è cresciuta con me. Ma ancora oggi conservo l’entusiasmo di diventare un’altra donna, di giocare con le caratteristiche del personaggio che vado a interpretare, anche attraverso i look. Non faccio mai mie le cose di routine, mi emoziono ancora».
